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Le nuove spie finanziarie di Chris Morgan Jones

By a.fognini | Dicembre 6, 2011

di Luca Crovi

Una volta le spie dovevano essere abili trasformisti, appassionati dei viaggi extracontinentali e camaleontiche nell’usare lingue straniere e assumere nuove identità, ma soprattutto efficienti killer pronti ad usare armi con il silenziatore, veleni, bombe ed aggeggi ipertecnologici. Oggi, con la rivoluzione del sistema politico internazionale, le nuove spie devono essere soprattutto esperte dei nuovi sistemi finanziari. Consapevoli di questo autori come John Le Carrè  e Robert Harris hanno attuato in thriller come “Yssa il buono”, “Il traditore tipo” e “L’indice della paura” (tutti editi da Mondadori) una vera e propria rivoluzione copernicana all’interno del mondo delle spy-stories. Rivoluzione che sembra aver fatto sua anche lo scrittore inglese Chris Morgan Jones che presenterà in anteprima alla ventunesima edizione del Noir in Festival di Courmayeur il suo “L’uomo dell’inganno” (Mondadori). Un thriller in cui si fronteggiano due personaggi singolari come l’ex giornalista ed esperto di spionaggio industriale Ben Webster e il maestro del riciclaggio di denaro sporco Richard Boot. Il primo ha pagato con la morte della fidanzata la sua lotta alla corruzione, il secondo invece è diventato l’uomo più pagato dall’oligarca russo Malin. Sicuramente Mr. Jones per poter costruire il suo intrigante financial thriller ha avuto informazioni di prima mano visto che ha lavorato come analista dal 1997 al 2008 per l’Agenzia Investigativa Kroll: “il mio lavoro – ci spiega lo scrittore inglese – consisteva nel raccogliere informazioni da fonti pubbliche (archivi dei giornali, registri aziendali, documentazione legata a contenziosi legali, etc.) ed analizzare quello che ma mano trovavo… La maggior parte delle mie indagini era legata alla Russia, e in particolare alle dispute che si erano create nel tempo tra gli investitori occidentali e i loro partner russi. Svolgevo principalmente due categorie di lavori: cercavo di prevenire i problemi finanziari e contemporaneamente indagavo sui clienti più a rischio. Se uno di loro aveva subito una frode dovevo scoprire al più presto quanto era stato rubato, da chi e come ero successo. Dovevo trovare prove che potessero essere usate per un procedimento civile o penale, stabilire strategie da usare per le eventuali trattative, dopodiché iniziava la seconda fase del mio lavoro che consisteva nel vero e proprio recupero del denaro. Durante i miei 11 anni presso Kroll ho lavorato con clienti affascinanti (oligarchi, grandi imprese, hedge fund, governi ) e non mi sono mai annoiato”.

Quanto l’attuale situazione finanziaria internazionale è un materiale perfetto per storie thriller?

“Il mondo di oggi è pieno di storie affascinanti che coinvolgono l’interazione fra il cambiamento dell’economia, della politica e quello della criminalità. Fatti che spesso non sono riportati dai media e possono risultare invece stimolanti per un narratore. Si tratta di fenomeni che destano molta preoccupazione e che sono in rapida evoluzione e che coinvolgono le economie di nuovi paesi emergenti e in via di sviluppo e che prevedono una mappa che comprende Russia, Africa, Medio Oriente, Sud Est Asiatico. Sono eventi che hanno tutti gli ingredienti della grande fiction (mistero, suspense, abusi di potere, violenza, grandi segreti internazionali) ma uno scrittore di thriller deve evitare assolutamente di essere noioso con i suoi lettori e non può quindi proporre loro un manuale di contabilità o di analisi finanziaria e per questo deve reinventare tutti questi elementi in una storia che abbia l’adeguato ritmo”.

Molti l’hanno già paragonata a Le Carrè…

“Le Carre è uno scrittore che amo e ammiro ma credo di non reggere il confronto. Sarei molto felice se avessi anche solo la metà della sua capacità di creare storie, riuscendo ad imprimere davvero un senso soffocante di minaccia nei miei libri”.

Ma quanto sono diverse le spie finanziarie da lei descritte da agenti come James Bond?

“I governi sono ancora oggi le organizzazioni più potenti del mondo e le loro agenzie di intelligence sono più forti di qualsiasi altra impresa privata. Ma le società sono cresciute enormemente negli ultimi trent’anni, e anche i governi spesso per raccogliere informazioni e promuovere i propri fini devono servirsi di società di business intelligence. Questi nuovi agenti non hanno licenze speciali, non possono irrompere negli edifici o tenere sotto controllo i telefoni. Devono agire nella piena legalità se vogliono che i business delle loro aziende funzionino”.

Which are your favourite thriller writers?

My great favourite is James Lee Burke, a brilliant writer. The world he writes about – Louisiana, mainly – is shot through with the sense that great evil is waiting to break through a thin veneer of civilisation. His villains are the scariest I have ever come across. Apart from him, Robert Louis Stevenson, who more or less invented the modern thriller. I’m a great fan of crime fiction as well: George V Higgins, Rex Stout. 

Who is Ben Webster and how did you develop is character?

Webster is, in the words of the book, part detective, part spy. He does the job I used to do, and before he joined that world he was a journalist in Russia. 

 His character developed naturally. I knew that he had to be a man of conscience, and to be troubled by the moral aspects of his job; I knew that he should believe passionately in a form of justice that he doesn’t often see in the world around him; and I knew that his family life should be happy and straightforward – first, because I think other writers have fully explored the loner detective, but also because having a family creates a sense of jeopardy, since Webster has a great deal to lose (something which becomes more apparent in the second book). But beyond those few characteristics he developed himself, really. He’s anti-social, doesn’t like his clients, is tired with the trappings of business life (travel, phones, constantly being available), loves and hates his work at the same time. All that came out as I wrote. 

New energy, new money, new criminal market. How do you think is changed the international mafia?

Criminals will find opportunity like wasps will find jam. They just know it’s there, somehow. I think there are two interesting trends in international crime now. One has to do with corruption. The world has never been more corrupt, but at the same time it has never been more difficult to be corrupt and keep your crimes hidden. The Arab Spring was in part a response to that tension. The world of middleman and offshore companies and impenetrable trusts that facilitates the stealing and hiding of trillions of dollars is one that fascinates me, and seldom gets mainstream media attention. I think – certainly hope – that increased transparency, a whistle-blowing culture, dedicated journalists will all help to threaten that world’s existence over the next fifty years.  The other trend (more obviously criminal) is to abuse new financial systems. The internet is one area of opportunity, carbon credits trading another. As always, the techniques of the criminals are a step ahead of those investigating. 

London, Moschov, Berlin, how did you choose the set of your thriller?

Well, I knew that Webster lived in London and that Lock lived in Moscow, so they were the two poles of the story. And London and Moscow are in a sense world capitals: a great deal of money, business and intrigue flows through both, and their place in the world fascinates me. Other places that had to feature were the South of France, because that is where your self-respecting Russian oligarch spends his summers; and an offshore financial centre (in this case Cayman) because that’s where all the money is. Berlin, though, was interesting. I thought about other places – Istanbul, Vienna – but in the end I realised it had to be Berlin. In the final chapters of the book I wanted the characters to feel suspended in a world that was halfway between east and west, and that had to be Berlin, which is at once a great western european city and a great eastern European one.

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