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Il mercante di libri maledetti

By a.fognini | Novembre 10, 2011

Marcello Simoni è stato con “Il mercante di libri maledetti” (Newton Compton) l’autore rivelazione di quest’inverno, riuscendo in pochi mesi a totalizzare ben dieci edizioni del suo medieval thriller che lo ha portato a gareggiare in classifica con maestri del bestseller da tempo affermati. Per carpire un po’ i segreti del suo romanzo e della sua attività di scrittore siamo andati a scovarlo (o sarebbe meglio dire siamo stati scovati da lui) fra le paludi di Comacchio dove vive facendo il bibliotecario. E Marcello ci ha raccontato piacevolmente dove ha origine il suo immaginario. 

Come mai “Il mercante di libri maledetti” è uscito prima in Spagna che in Italia?

Perché all’inizio l’editoria italiana non mi prendeva sul serio. Nessun editore degno di questo nome sembrava disposto a pubblicare il medieval thriller di un esordiente uscito dal nulla. Quindi, dato che il protagonista del mio romanzo è castigliano, ho spedito le bozze anche in Spagna. Bóveda Editorial (Siviglia) mi ha risposto in meno di un mese… E dopo la pubblicazione il romanzo ha fatto il botto.

Cosa hanno pensato quelli di Newton Compton quando si sono trovati fra le mani il tuo romanzo? Come hanno deciso di giocarsi il lancio di un titolo del genere? Vi aspettavate un successo di questo tipo?

Sono grato alla sensibilità di Alessandra Penna, editor di questa casa editrice, che ha “fiutato” da subito le potenzialità di questo romanzo. Entrare nella Newton Compton è stato come essere accolti in una grande famiglia. Ci si trova tra gente giovane, piena di idee e disposta ad ascoltarti. Il lancio è stato semplice quanto efficace, suscitando un tam tam sul web che ha stimolato la curiosità prima che il romanzo uscisse in libreria. Non si è basato su aria fritta, ma sulla promozione di contenuti effettivamente presenti nel libro. Poi si è attivato il passaparola, e quello non puoi certo controllarlo… C’è da dire che l’editore era fiducioso sulle potenzialità del “Mercante”, ma un successo così chi poteva prevederlo?

Ma esistevano davvero nel medioevo dei cacciatori e venditori di reliquie come Ignazio da Toledo?

Basta sbirciare tra le leggende dei santi per trovare menzioni di viaggiatori più o meno spregiudicati che recuperavano le sacre reliquie da paesi lontani. Potevano acquistarle in veri e propri mercati o rubarle in luoghi sperduti custoditi da infedeli. Per farsi un’idea di come avvenivano questi furta sacra, basti pensare al modo in cui giunsero a Venezia le spoglie di san Marco. Ma a volte, quando non si trovavano gli “originali”, ci si limitava a saccheggiare qualche catacomba…

Perché ti sei divertito ad immaginartelo simile al Ming di Flash Gordon?

Perché se il mio primo amore è la letteratura, il secondo è il fumetto. Mi serviva un personaggio dall’aspetto magnetico e dal carattere sfuggente. Non cercavo la faccia di un “buono a tutti i costi”, ma dei lineamenti che imponessero riverenza… E chi meglio del terribile Ming?

Quanto pensi che l’immaginario del fumetto sia presente nella tua storia?

Le scene di combattimento, gli inseguimenti a cavallo e le azioni rocambolesche sono tutte costruite secondo una logica “fumettistica”, in modo da rendere la velocità dei movimenti e i chiaroscuri dei volti. Credo che questa sia tra le principali componenti a conferire al mio thriller il respiro del “romanzo popolare”.

Ci sono molti oggetti d’epoca descritti nel tuo libro, cosa ti incuriosisce nel descriverli?

Gli oggetti antichi hanno un enorme potere evocativo, e ogni volta è a questo aspetto che cerco di dare enfasi. Trovarci di fronte a una scimitarra, a una lucerna o a un rotolo di pergamena ci proietta immediatamente indietro nel tempo, risvegliando in noi una curiosità fanciullesca. So bene di cosa parlo, dato che l’ho sperimentato in prima persona quando facevo l’archeologo. E non ho scordato la lezione.

Ma l’”Uter Ventorum” è davvero esistito?

No. È uno pseudobiblion, cioè un libro di fantasia, ma è concepito secondo criteri di verosimiglianza tali che, forse, qualcosa di simile potrebbe davvero essere esistito.

Perché nel medioevo libri con segreti così arcani pare fossero ricercatissimi?

Non solo i “libri maledetti”, ma anche talismani di varia foggia. Secondo certe tradizioni oggetti del genere erano legati, in un modo o nell’altro, a una sapienza iniziatica capace di evocare e sottomettere le entità soprannaturali. E in fondo questa credenza non è mai morta. Da una parte sconfina nella superstizione, dall’altra nell’occultismo.

Adesso ti citerò alcuni autori che secondo me ti hanno accompagnato nella costruzione del tuo romanzo: Eco, Follett, Pérez-Reverte, Leoni e Colitto. Potresti confessarci quali segreti hai cercato di carpire da ognuno di loro?

Umberto Eco è un grande modello per chiunque scriva narrativa, a prescindere dal genere che si intenda abbracciare. Tuttavia, esclusi l’ambientazione claustrale e l’alone di mistero de “Il mercante”, non mi reputo un suo epigono e tutto sommato mi sento di aver elaborato un thriller differente da “Il nome della rosa”, che è invece un giallo. Ho lavorato più sull’intreccio e meno sull’impostazione saggistica. Da qui, forse, scaturisce la sensazione di molti lettori di un mio legame con Follett. Ma a mio avviso l’autore de I pilastri della terra resta di una classe inavvicinabile. Io, come ribadisco spesso, abito ai piani bassi di questo palazzone letterario e sebbene mi diverta a elaborare trame piuttosto complicate, sto muovendo i miei primi passi… E per quanto riguarda Pérez-Reverte, come non amare il “Club Dumas”, la “Tavola fiamminga” e la sua passione per gli scacchi? Tra gli italiani ammiro Giulio Leoni, che però struttura romanzi -sebbene medievali- molto diversi dai miei. Invece Alfredo Colitto conferisce ai suoi thriller una sfumatura più noir e una concretezza del quotidiano e del borghigiano alla quale io contrappongo ritmi più avventurosi, quasi salgariani.

In particolare anche Colitto ci ha parlato di un misteriossimo “Libro dell’Angelo”, non è che per caso lo avete trovato insieme e poi ve ne siete divisi i pezzi per custodire il segreto?

In realtà io e Alfredo siamo partiti alla ricerca di un manoscritto leggendario capace di evocare angeli, lui vestito da Martin Mystere, io da Indiana Jones… Ma siamo stati inseguiti da Camilleri, che stranamente indossava un completo bianco come il René Belloq dei Predatori dell’arca perduta… E infatti ha appena pubblicato “La setta degli angeli”!

Scherzi a parte perché al contrario di Colitto hai scelto non un personaggio reale come Mondino de Liuzzi ma uno totalmente inventato?

Perché mi dava maggior libertà di trama e soprattutto la facoltà di modellarlo come volevo.

Per certi versi Ignazio da Toledo mi ha ricordato anche l’inquisitore Eymerich di Evangelisti?

Io sono un lettore appassionato di Valerio Evangelisti, ma se il fascino di Eymerich deriva soprattutto dal suo profilo psicologico, il “punto forte” di Ignazio è l’emotività (seppur nascosta). Entrambi sono individui votati all’intrigo, nonché uomini di un’intelligenza formidabile. Ma sono anche antitetici, e se dovessero coesistere nello stesso romanzo sarebbero nemici mortali.

Cosa credi che sia più importante ne “Il mercante di libri maledetti”, l’azione o la ricostruzione del periodo storico?

Il modo in cui l’una si innesta all’altro, senza appesantire la narrazione.

So che proseguirai la saga di Ignazio con altri due romanzi, hai un’idea di quali saranno gli argomenti da te trattati nei prossimi due libri?

Certo! Anche perché si tratta di romanzi ormai conclusi. Ma per ora non intendo svelare il segreto, a parte il fatto che Ignazio da Toledo si imbatterà in nuove ombre del suo passato e che avrà a che fare con aspetti sempre più inquietanti dell’esoterismo medievale.

Proprio all’inizio de “Il mercante di libri maledetti” il monaco Vivien de Narbonne trova un pugnale conficcato in un portone con un messaggio di morte, chissà perché ho pensato a Emilio Salgari e a Conan Doyle…

E hai fatto bene, perché la mia operazione di narrativa poggia da un lato sul thriller ma dall’altro sul romanzo avventuroso e popolare. Ho amato soprattutto il Corsaro Nero, e la minaccia categorica di un pugnale conficcato nel battente di una porta non si deve mai prendere alla leggera!

Perché hai voluto che gli spettrali avversari di Ignazio indossassero maschere rosse?

Si dice che gli emissari del tribunale segreto della Saint-Vehme nascondessero la propria identità e spesso occultassero i propri lineamenti dietro delle maschere. Non so se fosse vero, ma dato che il rosso è il colore del sangue e dell’inferno non ho potuto resistere alla tentazione.

Deciderai mai di ambientare una tua storia a Comacchio?

Può darsi. Indubbiamente gli ingredienti ci sono: la nebbia, il folklore e le lagune. Ma ora ho altro per la testa e so già quale romanzo voglio scrivere dopo questa trilogia…

Che rapporto hai con i libri?

Li ho sempre amati, fin da bambino. Sia per quello che contengono, sia per ciò che rappresentano: la conoscenza, ovvero la libertà di pensare ma anche di agire. E mai come in questo periodo ce ne sarebbe bisogno.

Essere un bibliotecario ti rende un po’ custode di segreti speciali?

Credo che i bibliotecari abbiano un modo tutto loro di vedere i libri, cioè non singolarmente ma in una globalità di connessioni a volte impercettibili: una ragnatela sottesa tra titoli, contenuti e database informatici. Se questo non è un segreto speciale…

Hai mai ritrovato un libro prezioso e dai contenuti arcani durante il tuo lavoro?

Ancora no. Ma ogni volta che rovisto tra gli scaffali spero che sia la volta buona!

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Topics: Interviste | 2 Comments »

2 risposte per “Il mercante di libri maledetti”

  1. Stefano scrive:
    Novembre 11th, 2011 alle 12:14

    A me la cosa risulta un po’ diversa…

    http://www.sulromanzo.it/blog/il-mercante-di-libri-maledetti-e-l-enigma-dei-quattro-angeli-di-simoni-storia-d-una-rimozione

  2. Stefano scrive:
    Novembre 10th, 2011 alle 23:31

    Mi chiedo come mai l’autore di questo libro continui a sostenere che il suo libro è stato pubblicato per la prima volta in Spagna quando ci sono le prove (ho il libro e basta fare una ricerca in internet) per scoprire che nel 2007 il suo romanzo è stato pubblicato in ITALIA dalla casa editrice Il Filo/Albatros con il titolo L’enigma dei quattro angeli. Solo successivamente è stato pubblicato in Spagna. Il libro è lo stesso, è stato fatto un editing e sono state tagliate alcune parti storiche, sarebbe bello se Simoni la smettesse di raccontare la favola dell’esordio spagnolo.
    http://www.spigolature.net/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=116:simoni-m-lenigma-dei-quattro-angeli-2007&catid=359:simoni-marcello&Itemid=232

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