« | Main | »

Marco Buticchi e il segreto della morte di Hitler

By a.fognini | Ottobre 25, 2011

di Luca Crovi

Da anni studiosi e scrittori si sono appassionati a cercare di riraccontare gli ultimi momenti di vita di Adolf Hitler. E molti di loro hanno spesso ipotizzato che il fuhrer non fosse davvero morto nel bunker il 30 aprile del 1945. E’ della scorsa settimana la notizia riportata dall’Agenzia Ansa che gli studiosi Gerrard Williams e Simon Dunstan abbiano trovato prove schiaccianti per dimostrare che Hitler non si uccise a Berlino nel 1945 ma morì in realtà in Argentina nel 1962. Questa tesi è documentata nel volume “Grey Wolf: The Escape of Adolf Hitler” (Sterling) ma che troviamo sviluppata in maniera romanzesca anche nell’ultimo romanzo dell’italianissimo Marco Buticchi intitolato “La voce del destino” (Longanesi). Dal 1997 Marco Buticchi è l’autore d’avventura più letto in Italia, essendo riuscito a totalizzare oltre un milione di copie di vendita con i suoi libri tutti pubblicati da Longanesi, e in ogni suo romanzo ha cercato di ricostruire leggende e verità storiche con un taglio narrativo appassionante.

Nel tuo libro parti da una leggenda?

“Si la leggenda di un oggetto a lungo ricercato e bramato. Si tratta della Lancia di Longino e vuole la leggenda che fosse in grado di regalare immortalità e invincibilità al suo possessore. Si dice che Hitler procedette all’annessione dell’Austria proprio per impossessarsene. E si dice che gli Alleati avessero come priorità, quella di ritrovare la Lancia nascosta dai nazisti a Norimberga. Nello stesso istante in cui il generale americano Patton ne entrò in possesso, Adolf Hitler si suicidò nel bunker di Berlino. C’è chi dice che quella ritrovata dagli Alleati altro non era che una copia dell’originale. Ma se quella era una copia, anche il suicida del bunker poteva essere un sosia di Hitler…”.

 Buona parte della tua storia è ambientata in Argentina, che immagine ne viene fuori di quel paese?

“Quella che sono convinto avesse all’epoca dei fatti trattati: un Paese sconfinato, bellissimo, ricco, ma travagliato da faide politiche, retto da una setta segreta, il GOU, formata da alti ufficiali capitanati dal colonnello Juan Domingo Peron. Un Paese pieno di contraddizioni, non ultima quella di essersi schierato, a un mese dalla fine del secondo conflitto mondiale, a fianco degli Alleati. In quegli stessi giorni e nei mesi che seguirono  decine di migliaia di criminali di guerra nazisti, ustascia e fascisti, sbarcavano in Argentina col beneplacito del colonnello Peron lungo delle collaudate vie di fuga chiamate Rat Lines.

Quanto l’avventura fa parte del tuo DNA?

  “Sono cresciuto a “surrogato di cioccolata” (perché ancora non esisteva la Nutella) e romanzi d’avventura. Li divoravo con cadenza quasi quotidiane. Con la stessa voracità, diventato grande, mi sono perso nella pagine di Harold Robbins, Wilbur Smith, Conrad, O’Brian, Bagley, Cussler. E ancora oggi mi sembra un sogno che alcuni di questi “mostri sacri” siano miei compagni di collana editoriale e miei amici…”.

 Lei le ossa se le è fatte però come trader petrolifero prima che come scrittore?

E’ una professione che mi ha fatto girare il mondo e mi ha preparato alle evenienze impreviste, anche alle più difficili. Molti dei paesi produttori che ho visitato erano in costante equilibrio precario, per non dire in guerra. Quindi ho aperto gli occhi su mondi da noi lontani. Per descrivere però quei mondi in un romanzo non è sufficiente averli visitati, bisogna studiarli. Faccio un esempio banale: se un mio personaggio sta fuggendo lungo la quinta strada e svolta alla seconda a destra appena passato Central Park, posso aver frequentato a lungo New York, ma difficilmente ricorderò il nome della 57ma West in cui prosegue l’inseguimento, a meno che io non l’abbia studiato “a tavolino”.

 Ti sei autoprodotto le prime storie?

“Quando ho scritto i miei primi due romanzi io e mia moglie li consegnavamo personalmente in libreria. Riempivamo il bagagliaio di volumi e partivamo nei momenti liberi dal nostro lavoro. Non nego che entravo nelle librerie con un certo imbarazzo: c’erano pile di best sellers un po’ ovunque, ma riuscivo sempre a “piazzare” qualche copia dei mie romanzi home made… in conto deposito, si intende”.

 Il tuo maestro di scrittura?

“Emilio Salgari. Ho ancora i segni dei suoi libri praticamente ovunque nella mia mente, dal pianto del Corsaro Nero alle “paludi putrescenti del Gange”.  Una tra le mie più grandi soddisfazioni come scrittore è stata quando, per Mondadori, ho partecipato alla stesura di un’antologia salgariana con un mio racconto. Mario Spagnol, anch’egli profondo amante di Salgari, era scomparso da poco e ho chiesto che il racconto venisse preceduto da un breve prologo per ricordare Mario e la sua passione per il padre delle Tigri di Mompracem.

Quanto contano le ricerche per scrivere un buon romanzo d’azione?

 “Mi servo di tutte le fonti che mi passano sottomano: dai polverosi volumi delle biblioteche, ai più facili saggi, alle moderne pagine di Internet. Sempre presente è però quella che io chiamo “sindrome da Scipione l’Africano”. Ricorda, qual kolossal del ventennio in cui un centurione romano indossava un orologio da polso? Ecco, quando ci si infila nella Storia, bisogna sempre trattarla con rigore, verosimiglianza e rispetto, pur condendola di avventure mozzafiato”.

Come sono nati i tuoi eroi, la studiosa Sara Terracini e l’ex agente del Mossad israeliano Oswald Breil?

 “Cercavo un eroe più “umano” del classico agente segreto invincibile, immortale  e pluriaccesoriato. Mentre mi scervellavo per pensare le caratteristiche mi si sono accese, è proprio il caso di dirlo, una serie di lampadine: quando ero piccolo e abitavo a Milano, in piazza del Duomo c’era un gigantesco cartellone pubblicitario fatto con lampadine multicolori intermittenti. Allora sembrava una meraviglia della tecnologia. Reclamizzava un lucido da scarpe e c’era un omino, fatto di lampadine, che si toglieva il cappello. Visto dalla piazza l’omino sembrava un nano. Ecco il mio eroe: un uomo che, per raggiungere le vette che ha raggiunto Oswald Breil deve essere stato dotato di molte qualità in più di ogni aitante 007. Il lucido da scarpe si chiamava Brill. Il mio personaggio si è chiamato Breil…Per modellare Sara pensavo invece a una bellezza mediterranea, mora, alta, sensuale… una protagonista che somigliasse a Maria Grazia Cucinotta.. Anche qui mi è sembrato di sognare quando, in una serie di interviste, Maria Grazia Cucinotta, senza saperlo e senza conoscermi, ha ripetutamente dichiarato che i miei romanzi sono in assoluto i suoi preferiti.”.

Com’è stato l’incontro con Mario Spagnol?

 ”Mi vergognavo a dire a un grande editore: “Anche io scrivo”. Mi sembrava come dire all’avvocato Agnelli che mi si era rotto il cambio della Panda. Fu Mario Spagnol che mi disse un giorno all’improvviso (ci conoscevamo, essendo entrambi di Lerici e Spagnol frequentava il mio stabilimento balneare) “Ho letto uno di quei suoi romanzi autoprodotti. Interessante. Se ha qualche cosa da farmi leggere…” Gli consegnai il manoscritto de Le Pietre della Luna e quel giorno è cambiata la mia vita… come nei film…”

Quanto scrivi le tue storie segui uno schema ben preciso o invece preferisci goderle come primo lettore man mano che si sviluppano?

“Me le godo, parola dopo parola, sobbalzando di sorpresa per quello che è appena accaduto in ciò che ho scritto”.

Continui a fare il bagnino durante la stagione estiva? Hai mai provato a spacciare tuoi libri sulla spiaggia?

“Una volta scesi dal trespolo e mi avvicinai a una cliente che stava leggendo un mio romanzo: “Signora, le dissi, se vuole glielo firmo”. questa guardò la maglietta rossa con la scritta salvataggio e pensando a un bagnino screanzato, mi rispose acida: “Lo ha già firmato l’autore a mio marito.” poi guardò la foto e si accorse che “il firmatario” ero io…”.

Cosa non deve mai mancare in un tuo romanzo?

 ”Le dico quello che, secondo me, non dovrebbe mai mancare in nessun romanzo: il sano, sincero, spontaneo divertimento dell’autore nel realizzarlo: sono convinto sia altamente contagioso. E, quando non c’è, il primo ad accorgersene è proprio il lettore…”

Comments

comments

Topics: Interviste | 1 Comment »

Una risposta per “Marco Buticchi e il segreto della morte di Hitler”

  1. franco scrive:
    Febbraio 2nd, 2012 alle 18:38

    Buffone

Commenti