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Il professore

By a.fognini | Luglio 28, 2011

Il tempo tiranno ci ha impedito di portarvi ai microfoni quest’anno John Katzenbach, l’autore de “La giusta causa”, “Corte marziale”, “Maledetta estate”, “L’analista”, “Storia di un pazzo”, grazie ai ragazzi della Fazi Editore siamo riusciti a raggiungerlo a pochi giorni dalla pubblicazione del suo “Il professore” e vi proponiamo la chiacchierata integrale che abbiamo avuto con lui.

 Quando ha creduto che la letteratura thriller fosse davvero quella a lei più congeniale?

Credo fortemente che tutti i libri dovrebbero contenere gli stessi elementi chiave che contraddistinguono il genere thriller: suspence, mistero, intrigo. Nonostante fin da bambino desiderassi diventare uno scrittore, ho sentito di essere pronto solamente dopo aver lavorato a lungo come giornalista di cronaca nera per vari quotidiani e da allora non ho scritto nient’altro che thriller. Credo che la ragione risieda nel fatto che non ci sia nulla di altrettanto eccitante che scrivere qualcosa che sai toccherà il cuore e la mente dei lettori, tenendoli svegli la notte a domandarsi cosa accadrà andando avanti.

Ha mai rielaborato nei suoi romanzi vicende personali?

Assolutamente si. A volte traggo spunto dalla mia quotidianità – ad esempio dalle conversazioni con gli amici – ma più spesso si tratta di un processo psicologico. Entro nella testa di un personaggio, inizio ad immaginare come mi comporterei io se mi trovassi di fronte a un omicidio, un rapimento, un crimine. Per dare forma a un buon thriller è importante che i lettori possano identificarsi con facilità nei personaggi e nelle loro azioni, se non sono io il primo a farlo, come posso aspettarmi che lo facciano i lettori? Il prezzo che devo pagare è che a volte sono costretto a pensare come un omicida psicopatico… 

Come pensa che si sia comportata Hollywood nelle trasposizioni dei suoi romanzi è stata fedele?

La risposta è semplice: no. Quello che manca agli adattamenti cinematografici dei miei libri è la profondità delle emozioni dei personaggi e la dimensione psicologica della trama. La breve durata di un film costringe a cercare delle scorciatoie e spesso si perdono di vista le ragioni per cui si è deciso di trasformare il libro in un film. Le versioni hollywoodiane dei miei libri mi hanno sempre lasciato insoddisfatto, mentre mi è piaciuto molto il lavoro del regista francese, Didier LePecheur, che ha terminato di recente le riprese di Foux Coupable per TV 2. Riguardo al film sul mio romanzo La Storia di un pazzo (2007), mi auguro che le riprese possano iniziare a  marzo: ho scritto io stesso la sceneggiatura di questo film per evitare qualsiasi imprevisto; il regista sarà l’australiano Greg Read, che ha lavorato con me al progetto fin dall’inizio. Chissà se tutte le mie perplessità su Hollywood si dimostreranno fondate, ora che la sceneggiatura è la mia vedremo se sarò stato capace di far meglio.

Com’è nata l’idea de “Il professore”?

Qualche anno fa ad uno dei miei più cari amici fu diagnosticata una demenza al lobo temporale frontale che lo ha portato alla morte in breve tempo. Ecco perché ho iniziato a documentarmi su tutte quelle malattie che colpiscono il cervello ed è così che mi è venuta l’idea di far ammalare il mio personaggio, Adrian Thomas  di demenza. Fin da subito mi sono domandato: “come reagirebbe una persona affetta da demenza se testimone di un crimine?”. Ed è così che tutto ha avuto inizio.

Ci può parlare di Adrian Thomas, il protagonista del suo ultimo romanzo, e del perché ha scelto che fosse affetto da demenza degenerativa?

Adrian Thomas è uno dei miei personaggi preferiti. Dopo aver trascorso una vita ricca di grandi successi e tragedie personali Adrian, un uomo anziano che vive da solo ed è vicino alla pensione, scopre di essere malato e contemporaneamente viene coinvolto in un rapimento. L’aspetto affascinante di questo personaggio è da un lato la lotta che vive per preservare la sua ragione contro una malattia che gliene impedisce l’uso e dall’altro il fatto che la ragione sia l’unico strumento in grado di poter salvare una giovane vita. Questa storia corre su due binari, potrà Adrian rimanere ancorato alla realtà abbastanza a lungo? Questo è il motivo che lo spinge ai limiti e spero che questo sia il traino dell’azione.

Per raccontare la pornografia in rete e il mondo degli snuff movie come si è documentato?

Quando si naviga in rete bisogna stare attenti a quello che si cerca, i virus possono intaccare il computer è vero, ma sono pericolasi anche per l’anima, non vorrei mai sostenere economicamente il mondo della pornografia online . Quindi a differenza dei protagonisti dei miei libri non pagherei mai per avere accesso a tali contenuti. Quello che ho fatto è stato pescare nel web e utilizzare poi la mia immaginazione per colmare le lacune delle storie scelte. Il web è un mondo strano, positivo certo ma pieno di cose difficili da digerire. Ho anche chiamato un vecchio amico che si è occupato di crimini informatici per l’FBI e su una cosa lui ha sempre insistito: la rete é fluida, chiudi una pagina web oggi e domani l’avrai di nuovo online con un nuovo indirizzo, come la mitologica Idra, le tagli la testa, gliene crescono due.

Che idea si è fatto di questa terribile realtà?

Come ho già detto, sono tante le cose orribili online e potrei trovare mille aggettivi negativi per descriverle, ma quello che più mi infastidisce non è il fatto che tali contenuti siano disponibili quanto che ci siano persone compulsivamente interessate a fruirne ed altre pronte a sfruttare tali perversioni.

Possiamo dire che il suo romanzo ha anche un ruolo di inchiesta e denuncia o dobbiamo pensare solo a un’opera di pura fiction?

Penso che tutti gli scrittori sperano che il proprio lavoro abbia un impatto politico, sociale e psicologico sul lettore anche dopo il momento della lettura. Ma l’opinione dello scrittore non va mai imposta, rovinerebbe la narrazione. Inoltre non credo di aver sollevato questioni di rilievo rispetto agli effetti che l’utilizzo di internet ha sulla società, lascio tali questioni a ricercatori e politici. Il mio obiettivo era quello di raccontare una storia che coinvolgesse il lettore in una avventura eccitante e sicuramente misteriosa, ma che non fosse troppo lontana dalla quotidianità.

Quanto è importante che l’identità dei personaggi delle sue storie si sviluppi poco per volta nelle sue storie?

Lo sviluppo della trama e la costruzione dei personaggi vanno di pari passo. Anche io, da lettore, ho bisogno di sentire che i personaggi si evolvono, crescono ed imparano con lo svolgersi degli eventi, cosicché le loro azioni risultino più credibili. Molta della tensione di un romanzo dipende da questo, ad esempio ne “Il Professore” morte, malattia e denaro sono in un così sottile equilibrio fra loro che basta pochissimo perchè vada in frantumi. Lo stesso accade ai miei personaggi.

Quando ha chiuso l’ultimo capitolo de “Il professore” si sentiva in pace con se stesso ho ha provato un senso di angoscia?

Finire di scrivere un libro è un po’ come correre una maratona: una volta arrivato al traguardo le sensazioni  sono un misto di stanchezza, orgoglio, soddisfazione… ma anche il timore di non aver fatto un buon lavoro. Nel mio caso poi i personaggi assumono fattezze reali, iniziano a far parte della mia vita, mi ritrovo a parlare, confrontarmi e discutere con loro e mi tengono talmente compagnia quando scrivo, che una volta giunto al termine faccio fatica a lasciarli andare. 

Quanto è importante per uno scrittore di thriller saper spaventare i propri lettori?

Più che altro credo sia importante intrigare ed inquietare i lettori, facendo si che si immedesimino nei personaggi e che inizino a pensare e comportarsi come loro. Il mio obiettivo è che i lettori pensino: “anch’io avrei fatto lo stesso” ed è qui che si riconosce un thriller di successo!

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Topics: Interviste | 1 Comment »

Una risposta per “Il professore”

  1. Maia scrive:
    Luglio 28th, 2011 alle 22:30

    Il mio commento al post precedente non compare. :(
    Ci tengo!!!

Commenti