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L’ombra del destino

By a.fognini | Giugno 27, 2011

Nella nuova collana di giallli curata per Rusconi da Divier Nelli è apparso qualche mese fa un’originale romanzo siglato da Ettore Maggi e Daniele Cambiaso intitolato “L’ombra del destino”, abbiamo approfittato dell’occasione per scambiare due chiacchiere con Maggi sul suo passato e il sul suo presente di scrittore.

Preferisci scrivere romanzi o racconti?

Mi piacciono entrambe le cose. Ho iniziato scrivendo racconti (sia di genere che non di genere), ho partecipato a molte antologie (come Anime Nere Reloaded, Mondadori 2008) e ho pubblicato racconti sul Giallo Mondadori. Poi mi sono dedicato anche ai romanzi, anche perché gli editori italiani fondamentalmente odiano i racconti.

Il mio primo libro (“Il gioco dell’inferno”, Besa 2009) è una raccolta di racconti legati soprattutto al tema della memoria, collettiva e personale.

Il secondo (“L’ombra del destino”, Rusconi 2010), è un romanzo di genere, un thriller politico o conspiracy thriller, come lo chiamerebbero gli americani.

Ammetto che mi piacciono molto i buoni racconti (tra i miei libri formativi c’è I quarantanove racconti di Hemingway, ma ci sono anche i racconti di Pirandello e di Scerbanenco). Forse è più difficile scrivere un buon racconto che un buon romanzo. Inoltre, non avendo mai avuto in vita mia un lavoro stabile le energie da dedicare a un romanzo (visto anche il ritorno economico che in Italia è quasi nullo) sono difficili da trovare.

Ultimamente, a dir la verità, mi dedico pochissimo a entrambi, dato che sto tornando a tradurre dallo spagnolo e sto scrivendo sceneggiature per fumetti, e sto anche tentando di scrivere per il cinema.

Com’è avvenuto l’incontro con Daniele Cambiaso?

Conoscevo Daniele come critico di letteratura poliziesca, genere al quel è molto più legato (ed esperto) di me, che invece non sono legato a nessun genere in particolare, né “al genere” in generale, se mi passi la battuta, benché da un punto di vista cinematografico abbia una certa predilezione soprattutto per il western, ma anche per il poliziesco e per il thriller politico-cospirativo. Ci siamo conosciuti a una presentazione, siamo diventati amici e abbiamo scoperto interessi comuni come la storia del novecento, anche se ne diamo un’interpretazione da punti di vista differenti, ma reciprocamente rispettosi. Dato che apprezzavamo il lavoro l’uno dell’altro, abbiamo deciso di unire le nostre forze prima per un racconto (Una questione delicata, uscito nel 2008 nei Gialli Mondadori, poi per una storia ambientata nel 1995 che coinvolgeva apparati dello stato, associazioni segrete, e criminalità nella guerra dell’ex Jugoslavia. Uno degli spunti è stata una dichiarazione di un politico oggi molto noto, del 1992, in cui dopo un viaggio a Belgrado prospettava un possibile ritorno dell’Istria e della Dalmazia all’Italia. La moglie di Daniele ci ha sopportato nei nostri brainstorming, che forse sarebbe meglio chiamare deliri. Non so come abbia fatto a non chiamare il 118…

E quello con Divier Nelli e la sua collana Rusconi?

Divier lo conoscevo come autore, perché abbiamo partecipato insieme a un’antologia di racconti ambientati durante il fascismo (Fez, struzzi e manganelli, pubblicata da Sonzogno nel 2005). Daniele gli aveva parlato del nostro romanzo, lui stava per far partire una collana di narrativa di genere (i Gialli Rusconi), si è interessato al nostro lavoro, lo ha letto e ci ha proposto la pubblicazione.

Chi sono Stefano e Giulio i protagonisti de “L’ombra del destino”?

Stefano e Giulio sono inizialmente due ragazzi come tanti altri, molto amici anche se molto diversi per estrazione sociale, idee e carattere. Stefano ha una personalità più sfaccettata, forse più travagliata, ha poche certezze ma molta energia. Giulio, all’opposto, è più inquadrato, definito, sicuro delle sue idee, che però verranno inesorabilmente sgretolate.

Quanto il tema della memoria è importante ancora una volta in una tua opera?

Come ho già detto, il mio libro “Il gioco dell’inferno” è centrato, principalmente, proprio sul tema della memoria, individuale e collettiva. I personaggi che si muovono nel libro sono spesso uomini normali che si ritrovano a far coincidere la loro storia personale con le Storia con la S maiuscola. Spesso devono lottare contro avvenimenti più grandi di loro (il partigiano di A cercar la bella morte), o semplicemente con il proprio passato. Un paio di racconti sono ispirati alle vicende di mio padre (partigiano anarchico e deportato nel lager di Dachau) e di mio nonno, o di personaggi più o meno famosi, o di persone che ho conosciuto. Il problema della memoria è che distorce le cose, ed è preda di miti e di suggestioni, e spesso viene anche interpretata e strumentalizzata. Però è anche il suo fascino, in funzione epica e narrativa.

Perchè hai voluto che i tuoi due eroi venissero in qualche modo segnati da una storia di eversione e poi diventassero uno poliziotto e l’altro carabiniere?

La vicenda-prologo ambientata nel 1979 e legata al terrorismo fa da “teaser” al romanzo, ma vuole anche dimostrare come tutta la nostra storia collettiva italiana (ed europea) non sia casuale. Tutto ciò che succede ora è legato da relazioni di causa-effetto da qualcosa che è successo nel passato. Nulla è casuale. Il fatto poi che Stefano diventi un poliziotto e Giulio un carabiniere, a parte altre ragioni narrative del romanzo, è dovuta al fatto che si potesse meglio rappresentare il ruolo giocato da alcune istituzioni nelle lotte (più o meno pulite, ma soprattutto meno) di potere che si sono svolte negli ultimi anni, e in questo caso negli anni Novanta, dopo la caduta del Muro di Berlino.

Come avete cercato di riraccontare il conflitto dei Balcani e un certo militarismo che da esso è scaturito?

In realtà il conflitto nei Balcani è soltanto una parte di quei giochi di potere e di interessi diversi che avvengono nel mondo tra le fazioni eternamente in lotta tra loro per il controllo dei punti chiave economici e politici. In questo la lezione di Ellroy di American Tabloid è stata fondamentale, anche se noi ci siamo ispirati anche a un certo tipo di cinema (per esempio I tre giorni del Condor di Pollack, o Io ho paura di Damiani). Ma abbiamo cercato anche di entrare nelle dinamiche particolari del conflitto balcanico, o di una parte di esso (la guerra in Krajina). Una conflittualità che come tutti sanno ha radici lontane nel tempo (si potrebbe pensare appunto all’attentato di Sarajevo o alla battaglia di Kosovo Polje ma anche alle innumerevoli stragi compiute da tutti contro tutti nel corso di sette secoli, dal mezzo milione di serbi uccisi dai croati durante la seconda guerra mondiale alla strage di Srebrenica compiuta dai serbi bosniaci nei confronti dei bosniaci musulmani ), una conflittualità alimentata dai nazionalismi e dalle religioni e utilizzata spesso per interessi politici ed economici. Queste cose le sanno tutti, quello che si sa un po’ meno è il ruolo che gli interessi italiani hanno sempre avuto nella regione (fin dall’Ottocento, com i legami tra il Piemonte e la Serbia, passando per l’organizzazione italiana degli assassinio da parte degli ustacia croati del re jugoslavo negli anni 30 e così via…).

Sei anche traduttore dallo spagnolo e hai dato voce a scrittori come Andreu Martin e Juan Madrid, che voce hai cercato di dare alle loro storie?

Andreu Martin e Juan Madrid sono due scrittori molto diversi. Diciamo che per stile narrativo e tematiche mi trovo più in sintonia con Madrid. Tuttavia per entrambi è stata una bella esperienza, tradurre un testo di un altro scrittore ti porta a riconsiderare anche la tua scrittura, se sei anche un autore. Di entrambi ho letto altri lavori, anche per farmi un’idea più ampia del loro stile, perché il rischio è riscrivere a modo tuo. Andreu Martin è stata la mia prima traduzione, credo di aver fatto un lavoro migliore con Juan Madrid. Ultimamente sto cercando di proporre alcuni autori interessanti, ma finora non ho avuto risposte.

Quanto è stato importante per te scrivere un romanzo come “Il gioco dell’inferno”?

Come già detto prima, in questo libro ho messo molto del mio immaginario personale e della mia storia familiare. Emotivamente, è stata un’opera molto importante per me e forse il difetto principale è stato quello di non essere rimasto abbastanza distante dalla materia narrativa, ma in ogni caso sono molto affezionato a questo libro. Dal punto di vista commerciale credo che sia stato un disastro, io non ci ho guadagnato nulla e ha venduto molto poco (pare attorno alle 300 copie, ma come sai per i meccanismi editoriali italiani è sempre molto difficile, per un autore, sapere con esattezza quanto ha venduto il suo libro).

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