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Le storie di vendetta e di Frontiera di John Irving

By a.fognini | Novembre 29, 2010

di Luca Crovi

L’universo letterario delle storie dello scrittore americano John Irving ha da sempre al centro uomini che devono salvarsi la vita in un mondo “pieno di incidenti” e la cui sopravvivenza è “tenace è precaria” come hanno dimostrato le storie contenute in bestseller come “Il mondo secondo Garp”, “Preghiera per un amico” e “Le regole della casa del sidro”. E Irving all’interno del suo più recente romanzo “Ultima notte a Twisted River” (Rizzoli) racconta con la stessa dose di pathos una vendetta che si sviluppa durante i cinquant’anni di vita in fuga del cuoco italoamericano Dominic Bagiagalupo e di suo figlio Danny. Una vendetta che ha origine fra le nevi e i boschi di una piccola comunità di tagliaboschi del New Hampshire come quella di Twisted River. Sarà la morte accidentale dell’amante di Dominic (colpita dal piccolo Danny con una padella perché al buio l’aveva scambiata per un orso) a scatenare l’odio letale che inseguirà la famiglia Bagiagalupo per tutta la vita, portandola ad attraversare alcuni momenti fondamentali della storia americana dalla morte di Kennedy al conflitto in Vietnam fino all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. E non basterà nemmeno la scorta onnipresente di un angelo custode come il burbero e corpulento boscaiolo Ketchum a salvare i due dalla tragedia. “Avendo tre figli – ci racconta John Irving stesso – spesso mi capita di pensare quale sia la peggiore cosa che mi possa capitare e che possa mettere in maggior pericolo la vita della mia famiglia. Così, ho immaginato cosa mi sarebbe potuto succedere se qualcuno avesse voluto vendicarsi di me e, non solo avesse cercato di inseguirmi e rintracciarmi ovunque, ma fosse stato pronto a fare del male direttamente anche alla mia famiglia. E’ nata così la storia di Danny e Dominic di ‘Ultima notte a Twisted River’, un figlio che inconsapevolmente compie un omicidio e un padre che è disposto a tutto per difenderlo”.

 Perché ha scelto che l’arma del delitto, che scatena la terribile vendetta raccontata nel tuo libro, fosse proprio una padella? 

“Sembrerebbe una cosa buffa ma in realtà la padella è l’attrezzo quotidiano usato da Dominic nel suo mestiere e inoltre è proprio una piccola bugia legata a quell’oggetto che porterà suo figlio ad impugnarla erroneamente. Se il cuoco non avesse raccontato a Danny che quella padella lo ha salvato da un orso, molto probabilmente il figlio non l’avrebbe mai usata come arma. La mia idea era di suggerire ai lettori che va sempre detta la verità ai propri figli e che non bisogna mai nascondersi dietro le bugie, perché anche quelle più piccole e innocue possono diventare estremamente pericolose”. 

Che visione ha cercato di dare del mondo apparentemente arretrato e allo stesso tempo incontaminato dei tagliaboschi del Nord America? “Sono cresciuto fino a nove anni proprio nel New Hampshire e da ragazzo ho lavorato nei meleti mentre mio zio e i miei cugini lavoravano proprio nel settore della raccolta del legname e delle segherie. Questo mestiere che sino agli anni Settanta è stato predominante in quella zona e nel era estremamente pericoloso e chi faceva il boscaiolo ne era ben conscio. Non è un caso che queste persone avessero tutti caratteri forti. Nel libro ho identificato la psicologia di quella comunità nel personaggio di Ketchum che è sempre burbero e arrabbiato con il mondo intero e in particolare con le autorità costituite  perché sa che di li a poco tempo il suo mondo sarà destinato a scomparire. Volevo in qualche modo far riemergere l’immagine del mondo della Frontiera Americana. Un’identità che non è stata annullata nemmeno con la scomparsa di certi mestieri e con il cambio di certi territori. Ci sono ancora nel New Hampshire e nel Maine uomini che la pensano come Ketchum e che sono sempre scontenti e mal si adattano alla modernità. Persone in cui la Frontiera è rimasta selvaggia e chiusa, per lo meno a livello mentale ”.

A un certo punto della storia Danny diventa uno scrittore e pubblica un libro che si intitola “A Est di Bangor”, è per caso un omaggio a King?

In realtà, tutti i libri che Danny pubblica come scrittore sono un po’ lo specchio dei miei e in particolare ho voluto che anche lui avesse in qualche modo a che fare con tematiche che ho sviluppato nei miei precedenti romanzi ‘Il mondo secondo Garp’ e ‘Le regole della Casa del Sidro’. Ma Danny non affronta esattamente al mio stesso modo temi come quello della follia o dell’aborto. D’altra parte, è vero che io e Stephen King siamo molto legati sia dal punto di vista di quello che scriviamo sia dal punto di vista anche di certe nostre posizioni politiche. Dovendo parlare di una zona come quella del Maine non potevo non citare la città natale di King, ovvero Bangor. Da alcuni anni io e Stephen ci troviamo così bene sul palco alle presentazioni dei nostri libri che chiediamo spesso ai nostri editori di incrociare i nostri readings viste le numerose affinità che ci legano. Anzi, se devo confessarvelo, faccio più volentieri un incontro proprio se Stephen è al mio fianco”.

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