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Il male visto da Marilù Oliva

By a.fognini | Ottobre 4, 2010

Con “Repetita” (Alberto Perdisa Editore) Marilù Oliva si è conquistata venerdì scorso al Premio Azzeccagarbugli   il prestigioso riconoscimento per l’opera prima gialla dell’anno nella speciale Sezione Raffaele Crovi, ci è parsa una buona occasione per intervistare la giovane auttrice sui suoi rapporti con il male e la letteratura nera.

Quanto intervistare decine e decine di scrittori per Thrillemagazine e il tuo blog personale ti ha portato a far emergere la scrittrice che era in te?

Poco o addirittura niente. L’attività redazionale scorre parallela a quella narrativa (in realtà quest’ultima è antecedente: ho sempre scritto e disegnato, fin da quando ero ragazza) e mi diverte tantissimo: adoro ribaltare i libri insieme agli autori, carpire consigli tecnici o riflessioni teoriche, rubare frammenti di vita, pensieri sparsi, piccole curiosità quotidiane. 

Come hai cercato di far emergere il male in “Repetita”?

Direttamente, senza filtri, con un passaggio diretto dall’evento al lettore che la scelta della prima persona ha reso più immediato. Ho cercato di fare un viaggio nella devastazione della follia. Senza sconti su niente, ho raccontato senza edulcorazioni la fascinazione del male, il sadismo, le torture, il sangue, i pensieri perversi del protagonista.

Sei mai stata dalla psichiatra come il tuo protagonista?

Io no, però il libro c’è stato! Avevo bisogno che venissero revisionate le parti psichiatriche e mi sono avvalsa dell’aiuto di un medico molto competente.

Perchè Lorenzo ha un rapporto così speciale con la storia?

Perché la storia, secondo la sua tesi, rappresenta l’amplificazione del male esistenziale. La storia è un sinonimo di “repetita” (le cose ripetute), ovvero è un coacervo di misfatti, umiliazioni, guerre, calamità, ingiustizie che si ripeteno e si rifrangono dal singolo alla collettività, nei secoli dei secoli. Lorenzo non è uno storico nel senso scientifico del termine, ma è, come lui stesso si definisce, un disperato della storia. La sua sociopatia gli ha costruito una vita all’insegna della solitudine, dove le biografie di personaggi del passato sono gli unici termini di confronto. La Storia è una grande madre malvagia dove lui si rifugia per trovare una giustificazione all’ineluttabilità del male.

Perchè volevi che emergesse il rapporto vittima-carnefice vissuto dal tuo protagonista?

Un assunto di fondo del mio romanzo riprende la tesi criminologica e psicologica che dal male deriva altro male: come dimostrano la maggior parte delle biografie dei pluriomicidi, qualsiasi individuo, sottoposto fin dall’infanzia a una vita di soprusi, violenze, maltrattamenti, ha molte probabilità di diventare un delinquente. Nel sottolineare questo aspetto non avanzo nessun intento giustificatorio. Però penso che la vera arma per cominciare a prevenire o contenere il male sia la consapevolezza e l’analisi della sua origine.

Secondo te si può scrivere ancora qualcosa di originale sui serial killer?

Secondo me non si potrà mai scrivere qualcosa di assolutamente originale su nessun tema. Qualsiasi argomento è già stato trattato. Però credo si possa ancora scrivere qualcosa di originale su ogni cosa. Non è una contraddizione, invito a cogliere la sfumatura. L’originalità assoluta non è possibile, l’originalità però esiste, dipende dalla storia e dal modo di raccontarla. 

Ci puoi presentare anche “Tu pagaras!”, il tuo secondo romanzo edito da Elliott?

“Tu la pagaràs!” è un romanzo di quasi trecento pagine, una storia corale di morte, mistero e salsa. Per parlartene mi concentrerei sulla protagonista: Elisa Guerra, soprannominata La Guerrera, una giovane donna che la vita ha sbalzato in un mondo non facile. Non ha filtri, non ha protezioni. Ho scelto di chiamarla così perché sia il cognome che il soprannone recano in sè l’idea della battaglia. Elisa combatte per sport – pratica la capoeira, la danza marciale brasiliana – ma anche per necessità di sopravvivenza. Ha dei sogni in un cassetto che resta sempre chiuso e questo contribuisce a peggiorare la sua accidia. Lavora in nero per un becero direttore di un giornale commerciale, di notte balla e si trova invischiata nell’omicidio del barista Thomàs solo perché era la sua fidanzata. Non crede nell’amore, non crede nei tarocchi di Catalina, il suo è un materialismo puro che non concede spazio a nulla di spirituale. La salsa è l’unico lenitivo, insieme all’amicizia e ad altri effimeri piaceri della vita, come il rum e le patatine fritte. Eppure lei è l’unica che può aiutare nelle indagini, perché la comunità latina spettatrice degli omicidi è chiusa ed enigmatica.

Cosa hanno pensato i tuoi studenti quando hanno scoperto che avevi scritto due libri del genere?

Non ho pubblicizzato la cosa tra i miei studenti perché preferisco che non mi leggano, ritengo i miei libri non adatti a ragazzi adolescenti. Loro però l’hanno scoperto da soli, figurati, a questi ragazzi non sfugge niente!!  Effettivamente da quando l’hanno scoperto mi guardano con occhi un po’ diversi, come per dire: ma guarda un po’ questa prof, è più pazzerella di quanto sembri!

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