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Pasquale Juliano e la storia di una strage evitabile

By a.fognini | Dicembre 14, 2009

La strage di Piazza Fontana si poteva evitare? Non è certo che la risposta sia sì, ma di certo è forse. Per una ragione semplice: tra l’aprile e il giugno 1969, infatti, ci fu chi indagò su una serie di attentati avvenuti a Padova a partire dalla primavera del 1968 e finì per imbattersi nella cellula di Ordine Nuovo di Franco Freda e Giovanni Ventura. A indagare fu Pasquale Juliano, il capo della squadra mobile della questura di Padova, uno che non si intendeva di inchieste politiche e che fino a quel momento si era occupato di criminalità comune.

A sorpresa, però, dopo la bomba del 15 aprile ’69 nell’ufficio del rettore, Renato Opocher, gli si chiede di occuparsene senza coinvolgere in un primo momento i colleghi dell’ufficio politico. Juliano e i suoi uomini si muovono e, attraverso una serie di confidenti e verifiche, iniziano a ricostruire un panorama eversivo che diventerà centrale negli anni della strategia della tensione. In quel momento, però, il commissario non lo sa, non ha ancora ben intuito dentro quale ambiente si sta infilando. E soprattutto non ha capito che i risultati raggiunti nel corso delle settimane danno fastidio.

Quando lo capirà,  sarà troppo tardi: sarà accusato di aver falsificato la sua indagine e di aver costruito le prove contro gli ordinovisti. Per lui, a partire dall’estate 1969, arrivano la sospensione dal servizio e dallo stipendio e l’incriminazione. Sarà assolto definitivamente il 23 maggio 1979: non ha commesso il fatto, dice la sentenza – la quinta in dieci anni di accertamenti giudiziari – che lo scagiona e che attesta il suo operato onesto.

Ma per fermare lo stragismo ormai sarà troppo tardi. Nel frattempo ci saranno altri attentati (Peteano, la questura di Milano, piazza della Loggia a Brescia, l’Italicus e poco più di un anno dopo l’assoluzione definitica arriverà anche la stazione di Bologna) che hanno mietuto decine vittime e in seguito ai quali si sono celebrati controversi processi. Juliano, in tutto quell’arco di tempo, ha potuto solo guardare ciò che stava accadendo, ha dovuto difendersi e ha cercato, laddove gli è stato possibile, di collaborare con la magistratura per raccontare ciò che aveva scoperto pagando un prezzo elevato: la fine della sua carriera di poliziotto e l’ingiusta infamia sul suo operato.

Antonella Beccaria

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