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Parlando di “La Bambola di Solange”
By a.fognini | Aprile 21, 2009
Letto il mio romanzo noir “la bambola di Solange”, Margherita Dalle Vacche e Antonella De Vito di Mani di Strega hanno deciso di pubblicarlo, entrambe sedotte dal fatto che fosse una suggestiva e intrigante storia di anime.
In effetti nella mia opera di anime tormentate ce ne sono tante e di tutti i tipi, disseminate quaggiù nel mondo dei vivi e lassù nella dimensione che esiste parallela alla nostra. Dalle nubi ci osserva con profonda nostalgia chi ama ancora ferocemente la vita. Il giovane Ariel è diventato un quasi angelo nel “Cielo basso” che ci sovrasta. Mentre echeggia la musica di Haendel egli difende Giulia, figlia del popolo Rom, dagli spiriti inquieti che si manifestano con un soffio di aria gelida o con grida soffocate nel suo salotto di medium. A delicate tinte pastello, pieno di oggetti apportati dall’altra dimensione, si affaccia sulla laguna di Venezia che la notte rende misteriosa e densa come l’inchiostro. Rappresenta lo sfondo suggestivo al viaggio di Ariel che si avventura a ritroso nel tempo alla ricerca di una bambola di porcellana dei primi anni del novecento. Apparteneva alla piccola ed enigmatica Solange, vissuta in solitudine nella casa del faro a Cap de Javel in Bretagna.
Non tutte le bambine però giocano con la bambola. È il caso di Nada Belich forse perché i genitori litigano sempre o perché trova rifugio solo accanto alla capra bianca nell’orto di nonna Bragadin. Dall’Istria istroveneta, ormai balcanizzata dalla dittatura di Tito, negli anni settanta la ragazza fugge per entrare clandestinamente in Italia. Nada Belich vuole dimenticare l’olocausto delle foibe e la difficile situazione familiare. Assume una nuova identità, incurante di scendere a compromessi con se stessa. Infrange il cuore di Hiroki, diplomatico giapponese e del gondoliere Bepi, i due uomini che si sono innamorati di lei sullo sfondo di una Venezia oscura, non certo da cartolina. Divenuta infine la sofisticata Nadia Navarra, la giovane continua a fuggire da una città all’altra per fare perdere le proprie tracce dopo aver ingiustamente infranto il cuore di un terzo uomo più maturo di lei: l’archeologo Viktor Perusa.
Molto tempo dopo, affascinata dall’oro dei mosaici bizantini, giunge a Ravenna dove trova un rispettabile lavoro in banca. Proprio quando pensa di essere stata dimenticata per sempre come Nada Belich, la donna viene scoperta e ricattata dal fratello Darko, da sempre alle sue calcagna. Il passato ritorna in modo devastante quando Nadia Navarra scopre che il padre, dissidente del regime comunista jugoslavo, è morto nella famigerata prigione croata di Goli Otok e che all’antifranchista madre spagnola, immolatasi per la libertà, la città basca di Tudela ha dedicato una statua.
Nadia Navarra comincia allora ad avere un incubo ricorrente. Sogna la laguna di Venezia, il salotto di Giulia Degli Spiriti in cui si affollano le ombre che vogliono comunicare con i vivi. Sogna e teme la bambola di porcellana della piccola Solange senza spiegarsene il motivo fino a quando non ricompare nella sua vita l’ archeologo Viktor Perusa che vuole vendicarsi dei torti subiti. È un uomo eccentrico a cui piace giocare con un’antica bambola d’avorio dagli occhi mobili, ritrovata nel sepolcro di una bambina dei Liburni. La porta sempre con sé in una strana valigia nera da cui scaturisce una farfalla viola. L’insetto dal volto umano appare all’improvviso a Nadia Navarra per avvertirla che è in pericolo.
Senza dubbio ci sono esoterismo e magia nel mio nuovo romanzo noir “La bambola di Solange” che non poteva quindi passare inosservato. Sembra infatti che Luca Crovi abbia il radar per intercettare tutti coloro che scrivono di come la vita sia intrisa di mistero.
Ornella Fiorentini
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