« | Main | »

Il destino di un detective turco

By a.fognini | Gennaio 30, 2009

Qualche anno fa, passando come al solito di proposito alla Libreria del Giallo di Milano, mi capitò fra le mani il romanzo di debutto di Jakob Arjouni che metteva per la prima volta in scena il suo strampalato detective turco Kayanakaya, costretto a sopravvivere fra le strade di Francoforte fra le pagine di “Happy Birthday, turco“! Mi colpì immediatamente l’originalità dell’invenzione di un detective così etnico e mi colpì il ritratto che dava della Germania contemporanea. In questi giorni Marcos Y Marcos pubblica la quarta avventura di quell’originale investigatore (“Kismet– Destino”) e in attesa di proporvi ai microfoni di Radiodue un’intervista con Arjouni, ve ne propongo  una che abbiamo realizzato durante le vacanze natalizie via mail e che ci svela molte curiosità sul mondo di Kayanakaya e del suo creatore.

Luca

 

E’ vero che da ragazzino scappavi sempre dal collegio per andare a giocare a bigliardo?

No. Ma giocavo  spesso a biliardo a Francoforte, quando avevo quindici o sedici anni.

Quando si è accesa in te la passione per la letteratura noir?

Ho letto il mio primo romanzo di Agatha Christie a nove anni, Piombo e sangue di Dashiell Hammett a undici. È stato un momento cruciale. Mi sentivo come Cristoforo Colombo alla scoperta di un nuovo mondo. Anche se non riuscivo a capire tutto, sapevo che un giorno ce l’avrei fatta. Hammett è ancora molto importante per me.

Com’è nata la serie di Kemal Kayankaya?

 Avevo diciannove anni quando scrissi il primo romanzo della serie, Happy birthday, turco! Ero nel Sud della Francia, frequentavo l’università, ma ben presto capii che non ero fatto per studiare. Non parlavo la lingua e non conoscevo nessuno. Dando vita a Kayankaya, ho creato un amico per me. Mentre scrivevo il libro, ho capito che Kayankaya è un ottimo amico, così ho iniziato il secondo romanzo, Troppa birra, detective!

Perchè hai scelto un detective che fosse di origine turca?

Come scrittore non so mai perché mi viene un’idea piuttosto che un’altra. Come in amore: non si sa perché si ama qualcuno e non qualcun altro. Quel qualcun altro, forse, in teoria, potrebbe essere più giusto, più bello, potrebbe cucinare meglio, ma non si tratta di questo. Kayankaya è entrato nei miei pensieri e io ho voluto passare del tempo con lui. Certo, ci sono motivazioni legate al mio modo di pensare, alla storia della mia vita se ho scelto un ragazzo di Francoforte, tedesco con origini turche. Ma, primo: non sono interessato al perché. Secondo: ci vorrebbe ben più dello spazio di questa intervista per spiegarlo.

Come hai costruito il suo passato?

Quando ho in testa un personaggio, voglio scrivere di lui, quasi mi trasformo in lui. Sento i suoi bisogni e patisco le sue ansie, vado con lui al lavoro e nei bar, e pagina dopo pagina scopro lui e me, sempre di più. È un processo che coinvolge i sensi e l’istinto piuttosto che il cervello.

Come ha fatto a scoprirti l’editore Diogenes e perchè ti ha subito considerato il nuovo interprete del noir contemporaneo tedesco?

Happy birthday, turco! inizialmente venne pubblicato da una piccola casa editrice di Amburgo. Per mia fortuna quella casa editrice fallì e io spedii Happy birthday, turco! e il manoscritto di Troppa birra, detective! a Diogenes, che decisero di pubblicarli. Sono con loro da ventidue anni, e per quanto mi riguarda posso dire che è proprio un matrimonio felice.

Perché pensarono che rappresentassi qualcosa di nuovo? Dovrebbe chiederlo a loro.

Quanto pensi che la caduta del muro di Berlino abbia riacceso in Germania certi odi e razzismi?

Siccome la caduta del muro di Berlino fu un evento sia nazionale che nazionalista, e nazionalismo e razzismo vanno sempre a braccetto, il razzismo è diventato qualcosa di scontato e di cui, quasi, non ci si vergogna più. Il problema è che – come per tutto, più o meno – ci si fa l’abitudine. Oggi a Berlino e nell’Est della Germania, ci sono zone in cui non si va, perché ci si potrebbe imbattere in neonazisti. È incredibile, in Germania, sessant’anni dopo l’Olocausto – ma ti ci abitui. Perché non hai tempo, perché devi andare a comperare il pane, a portare tuo figlio a scuola, al lavoro.      

Com’è la Francoforte in cui si muove il tuo protagonista, si può dire che nei suoi confronti Kemal nutra sia un forte affetto che un forte disprezzo?

Francoforte è casa sua. Kayankaya è un figlio della città. Ed è certo, per Francoforte prova odio e amore allo stesso tempo. È quello che fa chiunque con i luoghi  e le città che conosce meglio.  Più conosci qualcosa, più chiaramente ne vedi i difetti. Questo non significa che non si arrivi poi ad amare quei difetti. Kayankaya è un francofortese vero. Che talvolta altri non la pensino così, perché ha un nome turco e i capelli neri, non cambia le cose.

Come si incontrano e si scontrano le etnie a Francoforte?

Come altrove, credo. Soprattutto in tempi di crisi – come accade oggi al mondo su vari livelli: economico, filosofico, dove stiamo andando, cosa vogliamo, cosa sogniamo – l’inquietudine induce nelle persone la tendenza a definirsi e a mettersi al sicuro divenendo parte di un gruppo – una religione, un movimento politico, la famiglia. E più le persone si definiscono in riferimento a un gruppo di appartenenza, più si perde il senso della responsabilità individuale, e più diventa facile essere pronti a rompere il contratto sociale per ottenere una fetta più grande della torta. 

 Perchè hai scelto come teatro di molte delle tue storie proprio il quartiere a luci rosse della città?

 Perché conoscevo e amavo quella zona. È stato il primo luogo internazionale che io abbia conosciuto. Quando avevo sette od otto anni, spesso mio padre mi portava con lui in ristoranti stranieri in quel quartiere. Era il 1971, 1972, e a quei tempi a Francoforte potevi mangiare solo lì i carciofi, l’avocado, le cozze o le lumache. Forse è proprio per nostalgia, ma ricordo quel quartiere come un posto alla Irma la dolce. Negli anni Ottanta, con la grande diffusione delle droghe pesanti – crack ed eroina – l’aspetto romantico si è perso.

Perchè secondo te la tradizione del noir in Germania è stata nel tempo così povera rispetto ad altri paesi europei, cosa ha impedito che si potesse sviluppare di più?

Non lo so. Non mi interesso di movimenti letterari. Mi piacciono o amo i singoli libri e le singole storie.

Sei considerato un po’ il portabandiera dell’etno thriller europeo, trovi più affinità trovi fra le tue storie e quelle di altri narratori europei o ti senti più vicino ai modelli Americani?

Né agli uni né agli altri.

Trovi di avere affinità con scrittori come Yasmina Kadra, Massimo Carlotto, Manuel Vazquez de Montalban, Camilleri, Jean-Claude Izzo, Petros Markaris che appartengono tutti al bacino del noir mediterraneo?

No. Alcuni mi piacciono, ma non vedo me né gli altri scrittori come parte di un gruppo o di un genere. Non sono specializzato nella scrittura di crime story, e non sono neppure un lettore appassionato del genere – questa è solo una delle cornici possibili per raccontare la storia di qualcuno. Per quanto mi riguarda, io volevo scrivere di Kayankaya e per varie ragioni la struttura dei romanzi che ho scritto è quella di una crime story. È come per il cibo: mi piace tutto quando è buono.

In quale misura realismo e ironia devono mescolarsi nelle storie del tuo protagonista?

Qualcun altro dovrebbe rispondere. I miei libri, io li scrivo. Non posso spiegarli.

Ma esistono davvero gang come quella dell’Esercito della ragione che descrivi in “Kismet”?

Esistono organizzazioni criminali che non si presentino come strutture razionali e pronte addirittura ad aiutare la gente, o almeno i propri membri? Pensi a ogni mafia del mondo. E dall’altro lato: esiste un movimento nazionalista, rivoluzionario o religioso che in fin dei conti non si batta per qualcosa di diverso dai soldi e dal potere?

Come si è trasformata la criminalità a Francoforte negli ultimi anni, quali sono i mercati in cui si è espansa?

Non sto più abbastanza a Francoforte, ormai, per darle una risposta.

E’ vero che i tedeschi (come sostiene il corrotto agente dell’ufficio passaporti descritto nel tuo libro) sono convinti che nel loro paese la criminalità sia solo di importazione (croati, turchi, slavi, marocchini, etc.) e non autoctona?

Ogni gruppo del mondo pensa che i veri criminali stiano nell’altro gruppo.

Cosa vuol dire esattamente la parola “Kismet”?

Sarà quel che sarà. È la vita. Quel che deve succedere succede.

 

Topics: Interviste | 1 Comment »

Una risposta per “Il destino di un detective turco”

  1. Happy birthday turco: incontro fatale scrive:
    Aprile 20th, 2009 alle 21:53

    [...] hanno un’autorità indiscussa. E’ così che mi è balzato all’occhio un titolo Happy birthday, turco! Incontro fatale: il mio volo, se mai riuscirò a prenderlo, è diretto a Istanbul. Solo quando ero [...]

Commenti