Il primo arciere di Alexandre Dumas

di Luca Crovi

“Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le bozze?”. Chissà per quanto tempo questo breve aforisma è girato nella testa di Alexandre Dumas prima di metterlo sulla carta nel 1843 fra le pagine nella raccolta di racconti e aneddoti intitolata “Il Corricolo”. Sicuramente lo scrittore francese era sicuro che ci fosse una maniera per poter raccontare la storia ai lettori comuni che non fosse quella classica e paludata applicata dagli studiosi. Quest’attenzione speciale nel narrare il passato attraverso aneddoti, curiosità e storie appassionanti divenne tipica di Dumas fin dai suoi primi successi letterari. Drammi e commedie per il teatro come “La Chasse e l’Amour”, “La Noce et L’Enterrement”, “Henri III et sa cour”, “Napoleon Bonaparte ou Trente Ans de l’Histoire de France” (realizzati fra il 1825 e il 1831) mettevano infatti in scena con il giusto pathos la storia e i suoi protagonisti. Fu proprio scrivendo queste opere che Alexandre Dumas trovò il suo pubblico e capì che valeva la pena di scommettere la sua successiva carriera di scrittore firmando  romanzi storici capaci di ricostruire con passione epoche diverse e perfetti per proporre ai lettori le storie di piccoli e grandi eroi che in qualche modo avevano cambiato i loro tempi. A questa categoria speciale di personaggi appartiene sicuramente Ottone, il protagonista de “L’arciere del Reno”, il primo racconto d’avventura scritto da Alexandre Dumas frisante al 1838. Una storia ambientata in Germania sul finire del 1340 che ha molti punti di contatto con certi cicli narrativi di Chrétyen de Troyes m anche con il romanzo postumo “Robin Hood” che firmerà lo stesso Dumas. “L’arciere del Reno” viene per la prima volta edito in Italia da Donzelli Editore con la traduzione di Camilla Diez e narra le vicende del giovane Ottone che viene ingiustamente rinchiuso in un convento. Suo padre il Conte Ludwig Godesberg è infatti stato convinto dal malvagio cugino Godefroy che il ragazzo sia nato da una relazione fedifraga e adulterina della moglie (puntualmente reclusa anche lei in monastero) e per questo decide di isolare entrambi dal mondo per sempre. Ottone troverà il coraggio di evadere dalla sua prigione e riconquisterà poco alla volta la sua legittima eredità diventando prima un prode arciere e un abile cavaliere. Dumas dimostra di sentirsi pienamente a suo agio in questa ambientazione germanica che gli permette di realizzare una storia fatta di tradimenti, inseguimenti, incantesimi, duelli e tornei medievali. Singolare è poi l’attitudine dell’autore francese nel narrare le tecniche di tiro con l’arco e gli addestramenti specifici di questa tecnica militare. Ottone, infatti, entrerà a far parte di una banda di arcieri dimostrando immediatamente la sua attitudine di infallibile tiratore e si troverà anche a giostrare con tanto di armatura, elmo e scudo decorato con un cigno nero (un singolare abbigliamento che gli permetterà di celare la sua identità davanti agli avversari). Come ne “Il Conte di Montecristo” sarà un vero e proprio sentimento di vendetta a guidare le prime avventure del piccolo eroe anche se sarà poi l’amore per la bella Helena a portarlo a compiere gesti eroici definitivi. L’avvincente “L’arciere del Reno” è affiancato nel volume Donzelli ad un altro pregevole racconto intitolato “Le avventure del Conte di Fiandra” (1842). Una storia che venne commissionata a Dumas da Henri Berthoud, direttore del giornale “Le musée de famille”, che gli chiese esplicitamente di raccontare in maniera epica le avventure di Lyderic il Gigante delle Fiandre. Si tratta di leggenda ben nota nel XVI secolo nel Nord della Francia e che è all’origine della Processione dei Giganti che ancora oggi si tiene nella città di Lille. “L’origine dei conti di Fiandra – racconta Alexandre Dumas – risalirebbe, stando alla cronaca, all’anno 640: come ogni grande potenza, la nascita di questa regione è avvolta da tradizioni misteriose che appartengono a ogni popolo e che si sono perpetuate da Semiramide, la figlia delle colombe, fino a Romolo e Remo, allattati dalla lupa”. Nel racconto del Conte di Fiandra sono contenuti vari elementi della leggenda dei Nibelunghi visto che Lyderic, come ci racconta lo scrittore francese, affronterà un drago, troverà il tesoro dei nani, indosserà un elmo che lo rende invisibile e si darà da fare perché il re Gunther possa sposare la regina d’Islanda. Ritenuti dei veri e propri classici della letteratura per ragazzi “L’arciere del Reno” e “Le avventure del Conte di Fiandra” hanno trovato successivamente posto nel volume antologico dumasiano “Contes pour le grands et les petits enfants”.

 

di a.fognini | 17 Dicembre, 2013

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Loureiro svela il segreto delle storie di zombie

di Luca Crovi

Negli ultimi dieci anni gli zombie si sono presi la loro grande rivincita davanti ad altre creature popolari dell’immaginario horror come vampiri, licantropi, streghe, fantasmi. I morti viventi sono dilagati in classifica grazie a serie a fumetti come “The Walking Dead” (puntualmente trasformato in una fortunatissima serie televisiva), grazie a videogiochi come “Resident Evil”, “Doom” e “Dead Island” e grazie a saghe letterarie come “Diario di un sopravvissuto agli zombie” di J. L. Bourne (Multiplayer), come “Orgoglio e pregiudizio e zombie” (Nord) di Seth-Grahame Smith, come “World War Z. La guerra mondiale degli zombi” (Cooper) e “Manuale per sopravvivere agli zombi” entrambi di Max Brooks. Fra gli autori che maggiormente hanno aiutato la rinascita delle storie dei morti che camminano c’è da registrare sicuramente il contributo dello spagnolo Manel Loueiro che nei suoi romanzi “Apocalisse Z”, “I giorni oscuri” e “L’ira dei giusti” (Editrice Nord) racconta attraverso gli occhi di un avvocato trentenne della Galizia l’avvento su scala mondiale di una nuova terribile Apocalisse. “Ho iniziato a scrivere solo per puro divertimento – racconta Manel Loureiro – Faccio di professione l’avvocato e la letteratura giuridica che devo leggere quotidianamente è dura e profondamente noiosa. ‘Apocalisse Z’ è stata per me una valvola di sfogo. Volevo scrivere una storia lontana da un mondo pulito-gentile-ordinato. I morti che camminano mi hanno fatto paura fin dalla mia infanzia. Ho deciso poi di mettere il mio finto diario su un blog con la speranza che qualcuno potesse leggerlo. La mia sorpresa è stata che in soli sei mesi la mia storia aveva raggiunto un milione di lettori da tutto il mondo. È stato scioccante”.

Quanto questi lettori l’hanno poi influenzata nel suo successivo lavoro?

“Il loro intervento è stato parziale ma fondamentale. Avevo già fin dall’inizio chiara l’idea della struttura della mia storia ma visto che il feedback di quello che avevo scritto è stato così immediato non potevo non scegliere di scrivere cose che realmente piacessero a chi mi stava leggendo”.

Perché secondo lei gli zombie piacciono così tanto?

Perché rappresentano il mostro definitivo. Quello più spaventoso, il più mortale di tutti. Rispetto ai vampiri o agli angeli, che sono esseri affascinanti ma un po’ decadenti, lo zombie è diverso. Non è bello, non è intelligente, non è veloce, non vola, non è ben vestito, non è un seduttore. E’ impacciato e ha un aspetto ripugnante …. ma risulta il mostro finale, perché è l’unico che non può essere davvero sconfitto. Pensateci. Un vampiro può essere eliminato con un paletto conficcato nel cuore. Un licantropo con una pallottola d’argento. Ma non c’è niente che possa davvero fermare un’epidemia zombie. Niente. Si può ucciderne uno, dieci, persino mille… ma loro continueranno inesorabilmente ad arrivare a migliaia, 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno. Sono esseri invincibili, e instancabili. Ed è proprio questo che li rende così terrificanti e allo stesso tempo attraenti. Inoltre uno zombie non è un tipo strano che appartiene a una sorta di nobile elite come il vampiro. Le orde di zombie sono costituite da gente comune. Chiunque potrebbe essere uno di loro, se gli tocca in sorte di venire contagiato. E questo è davvero inquietante …..”

Come ha cercato di sviluppare il tema dell’epidemia nei suoi tre romanzi? 

“È un terrore molto attuale. Se negli anni 80 abbiamo temuto di morire in un armageddon nucleare, nel XXI secolo la paura sociale principale è un’epidemia fuori controllo, e abbiamo un sacco di esempi recenti (SARS, aviaria, mucca pazza…). Sappiamo che davanti a un contagio virale non avremmo scampo”.

Quanto pensa che siano ipotizzabili gli sconvolgimenti politici e sociali successivi dall’epidemia da lei narrati nei suoi libri?

“Sono sicuro che avverrebbero. Le nostre strutture sociali possono sopportare molto, ma se ci trovassimo in una situazione estrema sarebbero costrette a frantumarsi. In tutta Europa, ci sono piani di emergenza per affrontare un’epidemia, ma non delle proporzioni di quella che ho descritto in “Apocalisse Z”. Se qualcosa di simile accadesse, sarebbe davvero il crollo della società, il ritorno al caos”.

Quanto si sente debitore delle intuizioni cinematografiche di George Romero?

“Sicuramente i miei romanzi gli devono molto. Romero è il padre del moderno zombie, lo zombie “pop”. Ha preso l’immagine classica dello zombie del vudu haitiano e l’ha trasformata in qualcosa di diverso e rivoluzionario. Ha aperto un percorso originale che poi hanno seguito tutti gli altri autori. Ha trasformato gli zombie in veri personaggi dai caratteri ben definiti. Li ha resi finalmente protagonisti.”.

di a.fognini | 10 Dicembre, 2013

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Mino Milani e la passione per l’avventura

di Luca Crovi

 Potrei raccontarvi molte cose di Mino Milani. Potrei raccontarvi di quando settimanalmente come uno zio d’America mi mandava a casa le copie del “Corriere dei Ragazzi” per il quale lui scriveva storie meravigliose. Potrei raccontarvi di quando sono rimasto ipnotizzato dalle storie del Maestro sceneggiate da lui e disegnate da Aldo Di Gennaro, potrei parlarvi del ciclo de “La donna eterna” che mi spaventò illustrato da Guido Buzzelli, potrei proseguire con i “Processi alla Storia” che Mino ideò e che io divorai come piccolo lettore arrivando a decidere di votare per il destino di alcuni celebri eroi della storia (si lo confesso mandai a morte Elena di Troia disegnata in maniera sensuale da Milo Manara!). Potrei anche spiegarvi come il buon Milani mi incantò parlando di briganti negli uffici di Camunia dove era venuto a consegnare il suo “Romanzo militare”. Potrei raccontarvi il rapporto fraterno che c’è stato fra lui e il mio babbo per anni. Un’amicizia che li ha legati per anni. Potrei raccontarvi di quando Mino Milani telefonò a mio padre per chiedergli di incontrare un giovane scrittore promettente che si chiamava Tiziano Sclavi. Potrei persino raccontarvi di quanto mi ha fatto piacere che Mino anni dopo abbia accettato di scrivere un racconto per l’antologia salgariana “Cuore di tigre” (Piemme) curata da me e Claudio Gallo. E molti degli ascoltatori di “Tutti i colori del giallo” si ricorderanno persino l’emozione di quando venne a raccontarsi nella nostra trasmissione su Radio2. Ma forse il miglior modo per raccontarvi Mino Milani e festeggiare insieme la ripubblicazione in libreria del suo “Fantasma d’amore” da Barion la cosa migliore che potevo fare era quella di intervistarlo. Leggerete qui cosa Mino a voluto raccontarmi ancora una volta a cuore aperto. Io intanto mi preparo ad andarlo a ritrovare a Pavia dove come al solito mi offrirà il suo risotto mediterraneo accompagnato dal suo ottimo vino rosso con il quale brinderemo come sempre all’Avventura.

Come nacque l’idea di “Fantasma d’amore”?

 Venne fuori da diverse cose, da diversi momenti. Ricordi di amori universitari; di come era Pavia una volta; soprattutto dall’immagine, viva ancora oggi, di una donna vista alla fermata di un tram: ancora giovane, ma trascinata fuori dal tempo, certo da una malattia senza scampo, atteggiamento rassegnato, volto d’un pallore mortale, occhi grandi e infossati: è un fantasma, mi dissi. Guarda Luca che non sto scherzando, fu così. Pensai allora: che cosa accadrebbe a qualcuno, per esempio a me, se  gli si presentasse un fantasma? Potrebbe sopravvivere? Probabilmente no; e se, poi, il fantasma venisse con l’intenzione di prendere una sua vendetta, chi si trascinerebbe con sé? Ma perché un fantasma verrebbe proprio in una città  come Pavia, quieta e provinciale forse fin troppo? Ecco. Quando scrissi il libro, pensai di rispondere a queste domande.

Che ricordi hai della lavorazione del film?

Ho un caro ricordo di Risi, Angeletti, De Angelis e Mastroianni; né mai vorrei (né potrei) dimenticare l’abbagliante bellezza della Schneider.

Che immagine di Pavia credi emerga nelle numerose storie che le hai dedicato?

Non lo so. Voglio dire, certe volte penso d’aver descritto una città che non c’è, forse che anzi non c’è mai stata e, come che sia, nel suo complesso senza dubbio migliore di quella involgarita e decadente di oggi. Un tale disse, appena duemila anni fa, che la città è fatta di mura, di case e di piazze, certo: ma soprattutto di quelli la vivono. Forse è  più possibile che abbia sfiorato di più la verità con la descrizione di questi, dei pavesi (tra i quali mi ci metto, naturale).

Aver lavorato come bibliotecario che rapporto ha innescato fra te e i libri?

Quel lavoro, anzi quel nobile lavoro, ha suggellato un rapporto che già avevo, e felice. Mi ha fatto vedere da vicino, da vicinissimo, quanto grande e instancabile sia l’uomo, di quanta intelligenza possegga e tramandi nel tempo. Ma sì, alla fine penso che  (messo alle strettissime, si capisce), come ho rinunciato alla tv, potrei anche fare a meno di un sacco di altre cose. Non dei libri.

Quanto ti sei sentito legato nel tempo alla narrativa d’avventura?

Da ragazzino; da quando gettai alle più ustionanti ortiche (che nessuno li trovasse) i libri cosiddetti “edificanti” e m’immersi in Salgari, per esortazione di mio padre (strenuamente cattolico, ma bravo soldato in guerra). Fu Salgari a vaccinarmi contro il buonismo. E dopo di lui, vennero quelli della “Romantica Sonzogno); Sabatini, Curwodd,  Zane Gray, Mason, Rider Haggard e via via fino a London e a Conrad. Furono loro i miei maestri. Qui non è il caso di parlarne: ma credimi se ti dico che mi aiutarono ad affrontare dignitosamente la guerra, durata quanto la mia adolescenza.

Hai scritto tantissimi romanzi per ragazzi. Qual’è l’approccio che hai avuto come narratore a quelle storie?

Ancora l’avventura. A quel tempo, come per il libro giallo, così per quello d’avventura si ricorreva all’importazione. L’unico modo per scriverne, era il farlo per ragazzi. Letterariamente parlando scrivere per loro, significava iscriversi alla serie C.  E del resto oggi è ancora così (da noi italiani, dico, unici o quasi nel mondo). Parli d’approccio, giusto: il mio, fu quello di tentare l’argomento “realtà” e quello  “scrittura”. Dunque non più manine piedini e erbetta, ma  mani piedi erba; non più il  miele sparso sulle parole; semplici parole, quelle usate nel giornanlismo, o nel racconto per gli adulti; niente trionfo del Bene: dunque la lotta, la generosità, la violenza, il premio e il castigo, la sconfitta, la vittoria, la morte. I cattivi magari più belli dei buoni; gli eroi che dopo due giorni di galoppo puzzano come i loro cavalli. Avevo bene in mente quelle parole che Chandler scrive delle belle donne: “ma sì, certo, sono umane, sudano, si sporcano,devono andare al gabinetto: che cosa credevate che fossero ? farfalle dorate in una nebbia rosa?”

 Sei tra i pochi autori italiani che hanno avuto successo con il western ideando personaggi come Tommy River e Bob Crockett. Cosa hai trovato di suggestivo nella letteratura di frontiera che ti ha permesso di percorrerla con originalità nel tempo?

Non nella letteratura, nel film. Tutta colpa di John Ford.

 Ci puoi raccontare il tuo incontro con Giovanni Mosca, è vero che fu un suo racconto a fargli decidere di prenderti in scuderia?

Era certamente un uomo straordinario; all’inizio un filo diffidente, di non molte parole, giustamente esigente e difficile ad aprirsi: poi abbastanza cordiale, sorridente, disponibile: anche se tuttavia sempre, come dire?, un po’ altrove. Sì, fu un  mio racconto (il primo di quelli diciamo così “realisti”, che intitolò “Il  miglior nonno del mondo”. Questa se vuoi te la racconto: Mosca detestava il fumetto, lo combatteva, e diceva che io lo aiutavo nella sua battaglia. Immagina come rimasi quando nel 1960 mi chiese un fumetto garibaldino. Con quello, il fumetto ritornò sul “Corriere dei Piccoli”

Com’era la redazione del Corriere dei Ragazzi in cui hai lavorato?

Non credo la si possa raccontare come un insieme ottimistico e quasi goliardico; mi pare di no. Non mancavano momenti di pausa, di confronto e di progetto, naturalmente; ma si lavorava, soprattutto, con impegno e convinzione di fare qualcosa che non era mai stato fatto. E (almeno per me) con il presagio che, per dirla col Petrarca, non sarebbe durata.

Quanto era importante raccontare storie per ragazzi che facessero riferimento al passato ma anche che reinterpretassero i fatti del presente?

La domanda, Luca, la dovresti fare ai distinti (guarda che uso il termine nel suo significato letterale) signori di oggi che  da ragazzi lessero quelle storie.  Io le narravo nella persuasione, ma forse è meglio dire nella speranza, che fosse possibile e importante andare contro la maledetta corrente (oggi più forte che mai) che tende a rimuovere il passato, in nome di un presente e di un futuro che, ahimé, non esistono o inquallidiscono. E, per quanto è possibile, cerchiamo di raccontare la realtà, anche se va contro al conformismo dei libri di scuola.

Hai scritto storie per Uggeri, Di Gennaro, Pratt, Toppi, Battaglia, Manara, anticipando in qualche modo le moderne graphic novel?

Perbacco, posso dire di aver lavorato con i grandi disegnatori, e questo sì, mi rende, se non orgoglioso, certamente molto contento. Non vedo alcun nesso, però, tra il fumetto di allora e quello di oggi. Fondamentalmente il fumetto di allora introduceva e anticipava la lettura del libro; quello di oggi si vorrebbe sostituire ad essa.

Fra le tue passioni emerge anche  quella per il risorgimento che hai raccontato in vari libri. Da dove nasce questa passione e come l’hai espressa nelle tue storie?

Nasce dal fatto che, vedi, io sono un patriota, uno dei non molti. Conosco abbastanza la storia d’Italia, quindi so che l’idea di “patria”, per noi italiani, ha poco significato. Proprio per questo l’idea mi piace, la professo e ne ho fatta, se vuoi, una fede (o solo una speranza). Noi (abbastanza pochi: we few, we happy few eccetera) noi italiani ci siamo e abbiamo fatto cose che altri popoli non hanno saputo fare, in pace e in guerra. Il fatto che (specialmente dall’avvento della repubblica) si sia tentato di tutto per minimizzarlo, negarlo e narrarlo dolosamente, non cambia la Storia, mi spiace tanto per loro. E in quella recente, la cosa migliore, più grande nelle intenzioni e nello svolgimento, è stato il Risorgimento, fino al 1918. E’ costata moltissimo (ma moltissimo davvero) in intelligenze, sacrifIci, progetti, sangue e denaro. Era grande come idea: costruire una Nazione. E’ gloriosamente fallita. Per questo la dimenticheremo? Quale italiano d’oggi possiamo decentente comparare a quelli di allora? Mi chiedi come l’abbia raccontanta nei miei libri, di storia o d’avventura? L’ho fatto con rispetto, solo con questo. Niente orpelli, niente retorica, niente bugie.

La tua tesi di laurea sul brigantaggio si è trasformata in anni dopo in “Romanzo militare”, spesso i briganti sono stati presenti nel tuo immaginario, perché?

  In quel romanzo, fatto di verità per quasi tutte le sue pagine, ho spezzato una lancia (ma guarda in che modo sto parlando) a favore dei soldati impegnati nel Meridione in quella durissima guerra  che alla fine, salvò l’unità d’Italia. Mi sdegna e mi offende vederli oggi trattati al pari di sanguinarie SS; vederli in sostanza condannati senza processo (senza vere prove e spesso con falsità). Se ho raccontato, con la loro, anche  la storia dei briganti. è proprio perché sono gli sconfitti quelli che più mi interessano, quelli che in un modo o nell’altro si sono battuti per  il loro dovere e per la loro idea senza mercanteggiarla; e probabilmente sapendo che sarebbero stati prima vinti, poi fraintesi, vituperati e anzi insultati, accusati di errori altrui e dimenticati da vivi. E da morti.

Spesso dalle tue opere emerge come “la realtà sia romanzesca” (tanto per parafrasare il titolo di una tua rubrica sulla “Domenica del Corriere”)

… Perché, Luca? Non la trovi romanzesca? Proprio tu, più lettore di me, che quindi meglio di me sai come i romanzi nei quali non succede inesorabilmente nulla di inatteso, abbiano quel certo quale odore di desolazione? 

A cosa stai lavorando in questi giorni?

A nulla, Dio mi aiuti, per fortuna mia e dei mei ventiquattro lettori. Poi si vedrà.

 

di a.fognini | 5 Novembre, 2013

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Chi muore prima

di Luca Crovi

 Cosa ha spinto ad impiccarsi  tre giovani dell’Istitituto polifunzionale Aurelio De Finis? E cosa lega quel tragico evento alla morte qualche mese prima di un altro loro compagno di classe?. A cercare di fare luce su questi strani suicidi è l’ispettore Remo Jacobi che fra le pagine di “Chi muore prima” (Guanda) di Massimo Gardella vive la sua seconda avventura letteraria. Già nel precedente “Il male quotidiano” (che aveva ottenuto la segnalazione del Premio Scerbanenco 2012 come miglior opera prima) Gardella aveva dimostrato di saper percorrere in maniera originale i sentieri del noir, scegliendo come singolare location delle sue inchieste la provincia pavese. La stessa zona di confine viene riesplorata in “Chi muore prima” in una storia che parla di colpe dei padri e dei figli, di modelli di educazione e di diseducazione, di crisi economica e di crisi dei valori. Un’inchiesta in cui Jacobi non crede nell’Aldilà e guarda anche con occhio disincantatato anche la realtà che lo circonda, visto che le sue origini etniche rumene lo hanno portato da tempo a guardare con occhio disincantato sia il mondo che i suoi malesseri. La zona di San Sebastiano Superiore che ci viene raccontata è un luogo che negli anni Ottanta ha vissuto un boom economico legato all’industria del riso ma che nel presente ha visto ridimensionare la sua economia a causa dell’automazione degli impianti, ai tagli drastici del personale legati alle riduzioni dei costi. Jacobi trova che un luogo del genere assomigli per molti versi a certe piccole comunità della Cina contemporanea con le quali condivide situazioni economiche e problemi sociali. La difficile reintegrazione nel mondo lavorativo degli adulti, l’impossibilità per i giovani di mettere a frutto i propri studi pesano su quei posti. Man mano che l’inchiesta procede Jacobi scoprirà quanto il mondo della scuola possa registrare eventi drammatici attraverso gli occhi di professori e bidelli che osservano gli studenti con i loro problemi di profitto ma soprattutto con le loro situazioni di disadattamento. “Chi muore prima” parla così di giovani annoiati e vuoti dentro che cercano spesso di vivere al limite seguendo le strade della droga e del bullismo. Certe umiliazioni subite a casa ma anche a scuola possono cambiare per sempre il destino di certi ragazzi. E perché lo zaino del giovane Mattia Brigasoli sembra contenere segreti indicibili per i suoi compagni di classe tanto che nessuno di loro ha mai cercato nemmeno di forzare l’armadietto che lo conteneva?. Perché anche il nonno stesso del ragazzo non vuole in alcun modo che si indaghi sull’interesse del nipote per le sedute spiritiche?. Jacobi passa le sue giornate svolgendo interrogatori che apparentemente non sembrano a portare a nulla mentre il suo collega Borghesi sembra avere le idee più chiare sul perché si può arrivare al suicidio. L’ispettore creato da Massimo Gardella sembrerà risvegliarsi e reagire solo quando vedrà suo padre Jonah minacciato da una malattia. Solo allora sceglierà di fare in qualche modo luce nelle tenebre più per fare ordine che per fare giustizia.

di a.fognini | 29 Ottobre, 2013

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La vita sognata di Ernesto G

Il romanzo “La vita sognata di Ernesto G” (Salani) di Jean Michel Guenassia è un libro che vi permetterà di viaggiare nella memoria fra il 1910 e il 2010, dalla Cecoslovacchia al Nordafrica passando per la Francia: cento anni cruciali raccolti nella vita di Joseph Kaplan, medico ebreo praghese, schivo, innamorato del tango argentino. Kaplan lavora a Praga e a Parigi, viene mandato in esilio ad Algeri, è testimone di persecuzioni ed epidemie, cambi di regime e rivoluzioni culturali; li affronta con un’integrità commovente a cui tutti si affezionano – i suoi amici Pavel e Tereza, sua moglie Christine, sua figlia Helena. Joseph si ritrova ad affrontare dolori e tragedie, eroico suo malgrado, determinato anche nelle prove più atroci. Un incontro sarà fondamentale per lui e per Helena: quello con un certo Ernesto G., combattente ferito, al crepuscolo della sua epopea rivoluzionaria. Se volete scoprire un po’ di segreti su questa favolosa storia leggete un po’ come ce ne parla il suo creatore Jean Michel Guenassia.

Questo romanzo nasconde fin dal titolo un mistero. Chi è Ernesto G?

Ernesto G è Ernesto Che Guevara, figura eroica tra i simboli più importanti del secolo scorso. Facendo ricerche su di lui ho scoperto un secondo mistero: non solo era un medico, attività che condivide con Joseph Kaplan, altro importante personaggio del mio romanzo, ma c’è un buco di quattro mesi nella sua biografia. Si sa che ha trascorso un certo periodo di tempo a Praga, nella primavera del 1965, che era gravemente malato, ma nessuno ha saputo spiegare il motivo del suo soggiorno. Un anno dopo moriva in Bolivia. Ho cercato quindi di capire che cosa può essere successo in quei mesi, di dare una spiegazione plausibile alla sua presenza in Europa. Ho così deciso di farlo incontrare con un medico specializzato in malattie tropicali che aveva il compito di guarirlo, Joseph Kaplan, appunto.

 Ci parli un po’ dell’altro protagonista del romanzo, Joseph Kaplan?

Nato a Praga nel 1910 la sua esistenza si svolge lungo tutto il secolo, tanto che giunge a compiere i 100 anni nel 2010 circondato dai figli. Facendo parte di una famiglia di medici non può che seguire la tradizione di famiglia e studiare medicina. Abbraccia gli ideali della sua epoca e si ritrova a girare l’Europa, da Praga a Parigi fino ad approdare in Africa, ad Algeri, dove viene chiamato a lavorare presso l’Istituto Pasteur. Come l’eroe del Processo di Kafka, del quale condivide le iniziali di nome e cognome, vive l’angosciosa esperienza di essere processato e imprigionato nel perverso meccanismo comunista.

Un’altra figura storica che si affaccia nel suo libro è Albert Mathé, che altri non è che Albert Camus.

 Sì, ho scoperto che anche Camus si trovava ad Algeri, dove metteva in scena le sue prime pièce presso il ristorante Padovani – che esiste veramente – e fu testimone della terribile peste che colpì la città e che lo ispirò a scrivere la Peste. Lo presento con il suo nome di battaglia (Mathé). Fu tra i primi a valorizzare l’opera di Kafka.

 Lei ama i romanzi ricchi di personaggi e dalle trame intense.

Mi piacerebbe scrivere romanzi di 200 pagine, ma proprio non mi riesce. Nel Club degli incorreggibili ottimisti c’erano venti personaggi secondari e anche qui amo seguire la storia di tante figure. Prediligo personaggi dalle vite piene di difficoltà e di difetti. Se fossero felici non avrebbero storie degne di essere raccontate.

Anche le figure femminili hanno un ruolo fondamentale nella sua storia: da Christine a Helena, solo per citarne alcune.

Sì, nel desiderio di raccontare la storia del 1900 non potevo non dare spazio alla lotta del femminismo, nasce cosi la figura di Christine, la donna amata da Joseph, attrice e figura indipendente, battagliera e determinata a lottare per i propri diritti. Femminista convinta, ha un carattere impetuoso che fa da contraltare a quello di Joseph, pacato e riflessivo. Anche Helena, figlia della coppia, sarà protagonista della seconda parte del libro. Si prenderà cura del padre quando la vita li metterà alla prova e vivrà un amore intenso quanto impossibile.

 Colonna sonora del romanzo sono i tanghi di Carlos Gardel.

 Nel corso delle mie ricerche ho scoperto che, nella realtà, Che Guevara amava la sua musica, passione trasmessagli dalla madre che, quando era piccolo, lo trascinò perfino al suo funerale. Nel romanzo Che Guevara scopre che Kaplan è un ottimo ballerino di tango e ha tutta la collezione dei dischi di Gardel, a partire dalla meravigliosa canzone Volver. Un altro elemento che unisce i due uomini.

Sta già pensando al prossimo romanzo?

In realtà ne ho scritto già gran parte. Non ha ancora un titolo, ma è ambientato tra l’Inghilterra e l’India.

di a.fognini | 29 Ottobre, 2013

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Prezzolini racconta l’eccidio di New Orleans

di Luca Crovi

“La parola mafia arrivò in America nel 1891 in seguito ai ‘fatti di New Orleans’. Ora dimenticati di qui e di là dall’oceano; ma che al loro tempo ebbero una grande pubblicità nella stampa degli Stati Uniti e dell’Italia e portarono persino all’interruzione delle relazioni diplomatiche fra i due paesi”. Con queste parole Giuseppe Prezzolini racconta uno dei linciaggi più terribili che mai siano stati effettuati in America. Un fatto di cronaca efferato che ricostruì nei dettagli in un suo reportage del 1958 che viene ora riproposto nel volume “La strage di New Orleans” (Barion) e che ci mostra come già sul finire dell’Ottocento l’infiltrazione della mafia siciliana nel territorio americano avesse prodotto effetti sconvolgenti. A scatenare l’eccidio fu l’omicidio il 15 ottobre del 1891 di Dave Hennessey, il capo della polizia di New Orleans che aveva cominciato a intromettersi negli affari di due clan italiani che si disputavano il controllo del mercato della frutta. Hennessey sembrava in qualche modo parteggiare per i Provenzano rispetto ai Matranga e il “re degli agrumi” Macheca si premurò di fargli sapere che era meglio “non mescolarsi dei fatti degli altri, cioè di loro siciliani: altrimenti ‘l’avrebbero fatto finire dentro una scatola’”.

Il poliziotto venne puntualmente ucciso a colpi di pistola e fucile e spirando denunciò che erano stati “i dagoes” a colpirlo, usando il nomignolo dispregiativo che “designava spagnoli, italiani, portoghesi e in genere ogni straniero meridionale dalla pelle oscura e dall’accento forestiero”. Il sindaco John Shakespeare scatenò una vera e propria caccia all’uomo per trovare i colpevoli ma nonostante fossero stati individuati ben 11 possibili responsabili tutti vennero assolti e rinviati a giudizio. L’opinione pubblica sostenne che i magistrati erano stati corrotti e l’ira popolare si scatenò portando nella notte del 14 marzo 1891 all’uccisione sommaria di nove italiani tutti siciliani (Antonio Abbagnato, James Caruso, Rocco Geraci, Antonio Marchesi, Pietro Monasterio, Emanuele Polizzi, Frank Romero, Antonio Scafidi, Charles Traina). Una folla di quasi seimila persone impiccò, prese a fucilate e persino scorticò i corpi dei poveri italiani considerati mafiosi.

A scatenare la mattanza fu lo sceriffo Gabriele Villère che con un annuncio pubblicato sul “New Delta” invitò i cittadini a presentarsi in massa davanti alla Clay Statue per reclamare a gran voce giustizia. Giuseppe Prezzolini ribadisce citando Alessandro Manzoni che “il coltello per separare il giusto dall’ingiusto (degli uomini) non è ancora stato trovato”. E osserva che “questo episodio storico va preso come una prova che l’emigrazione è stata una tragedia e che le difficoltà d’intendersi fra popoli e razze diverse sono immense, e che certamente gli uomini non sono buoni fra di loro, e forse anche che sono necessariamente cattivi, quando si riuniscono in gruppi e non pensano tanto a sé quanto agli interessi del gruppo…”.

di a.fognini | 23 Ottobre, 2013

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“Traditori di tutti” diventa un album rock

di Luca Crovi

 Nel lungo racconto autobiografico “Viaggio in una vita” apparso a puntate su “Novella” nel 1958 Giorgio Scerbanenco sente l’esigenza di spiegare ai suoi lettori il rapporto speciale che aveva con la scrittura e l’ispirazione dichiarando: “ho scritto dappertutto, e nelle condizioni meno confortevoli. Non mi occorre la solitudine, il silenzio, n? scrivanie speciali. L’unica cosa di cui ho bisogno è la macchina per scrivere – una qualsiasi, anche la più scassata – perchè voglio vedere subito chiaro e ben allineato quello che scrivo. Ho scritto nelle osterie, nelle camere d’albergo vicino al lavabo, a letto e in luoghi affollati dove tutti gridavano. Caso mai è il troppo silenzio e raccoglimento che mi d? fastidio.” Proprio in quei momenti Scerbanenco amava ascoltare, talvolta, anche un po’ di musica. Usava mettere sul tavolo di casa il mangiadischi assieme a una pila di 45 giri di fianco da inserire e poi iniziava a scrivere. Persino quando si trovava a rifugiarsi fra le pareti del Bar Gabbiano di Lignano Sabbiadoro non dimenticava mai di mettere alcune monete nel grande juke box, selezionando alcune canzoni che potessero accompagnarlo, mentre lavorava con la macchina da scrivere in un angolo del locale. Chissà cosa avrebbe mai pensato il grande maestro del noir se avesse potuto ascoltare il concept album “Traditori di tutti” che lo scorso 21 ottobre la band dei Calibro 35 ha editato per l’etichetta americana Record Kicks.

A quarantasette anni dalla pubblicazione del romanzo originario di Scerbanenco che ha originato il disco (e che vinse nel 1968 il prestigioso Grand Prix de La Lit?rature Polici?re) i Calibro 35 ne ripropongono le atmosfere scegliendo di colorare con un sound funk, psichedelico, beat e progressivo le vicende originarie. Scelgono così di rinarrare musicalmente la secondo avventura letteraria del personaggio di Duca Lambert in maniera completamente strumentale in un album in cui si sentono echi degli Anni Settanta e che rimanda alla vena compositiva di gruppi prog come le Orme e gli Osanna ma anche alle prime sperimentazioni jazz rock dei Chicago e alla musica da film di autori come Ennio Morricone, Franco Micalizzi e Luis Enriquez Bachalov, Armando Trovajoli. Furono proprio questi ultimi due compositori a siglare le colonne sonore di film come “La mala ordina”, “Milano Calibro 9″ diretti dal regista Ferdinando Di Leo e liberamente ispirati a storie di Scerbanenco. Due pellicole spesso citate dal regista americano Quentin Tarantino fra le sue preferite e che i Calibro 35 si sono divertiti a reinventare a loro modo nel video promozionale del brano “Giulia Mon Amour” inserito nell’album “Traditori di tutti”. Un videoclip che è una sorta di remake di alcune scene chiave di quei film e che ci mostra la band mentre suona in una oscura cantina indossando sul volto dei passamontagna da rapinatori. Sarà la bobina su cui è inciso il brano musicale che  il gruppo sta improvvisando a passare di mano in mano fra piazza Duomo, il Parco Sempione e i Navigli seguendo i percorsi di una immaginaria linea tranviaria, e portando alcuni loschi individui a trafficare nell’anonima bottega di un barbiere e in un bar di periferia per effettuare un misterioso scambio. Le facce dei musicisti Enrico Gabrielli (che imita alle perfezione i tic del caratterista Omero Capanna), Massimo Martellotta, Mario Rondanini, Luca Cavina oltre a quella del produttore Tommaso Colliva (abituato in altre occasioni a registrare i dischi dei Muse) sembrano davvero prese da una storia di Giorgio Scerbanenco. E non è un caso che la band fosse apparsa in precedenza anche in una scena al night della pellicola “Vallanzasca – Gli angeli del male” di Michel Placido dove suonava per l’occasione brani beat. Il concept album “Traditori di tutti” mostra la sua dichiarazione di intenti fin dall’impronta digitale di un pollice messa in copertina su sfondo rosso. E la scelta di essere fedeli nello spirito noir all’originale romanzo viene esplicitata anche nelle brevi didascalie che commentano emblematicamente pezzi dai titoli inglesi come “Prologue”, “Stainless Steel”, “”Mescaline 6”, “The Butcher’s Bride”, “Two Pills in The Pocket”. Brani commentati da secche frasi come “un auto nel naviglio”, “arma del delitto identificata: segaossa”, “effetti indesiderati dell’assunzione di droghe”, “la cassiera erotomane della macelleria del centro”, “il cianuro come ultima opzione”. Perfetti titoli che riassumono gli sviluppi del noir milanese di Scerbanenco e che suonano con la stessa energia della musica dei Calibro 35.

 

di a.fognini | 23 Ottobre, 2013

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Ciao Luigi

E’ scomparso all’età di sessant’anni Luigi Bernardi e posso dirvi sinceramente che mi mancheranno la sua energia, il suo intuito, la sua voglia di scommettere sulla letteratura degli altri, la sua passione nel raccontare i territori del noir e quelli del fumetto. Senza di lui non ci sarebbero state esperienze editoriali fondamentali per noi lettori come la rivista “Orient Express”, la casa editrice Isola Trovata e la Granata Press dove è riuscito a convogliare i talenti molteplici di scrittori e fumettisti. Grazie a lui sono decollate le carriere di autori di noir italiani come Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Pino Cacucci, Franco Limardi, Al Custerlina, Paolo D’Orazio ma anche quelle di disegnatori come Otto Gabos e Onofrio Catacchio. Grazie al lui il Gruppo 13 di Bologna prese voce ed arrivò in tutte le piazze d’Italia. Luigi fu il primo a scommettere ulteriormente nella nuova narrativa noir italiana in collane da lui dirette per Derive Approdi, Perdisa, Flaccovio e fu lui ad accendere a lungo la miccia di Stile Libero per Einaudi. Senza di lui non avremmo potuto leggere l’intero ciclo dei Misteri di Parigi di Leo Malet ma anche  certi romanzi duri di Patrick Raynal. Non basterebbe una voce di enciclopedia per citare tutti i libri da lui curati. Luigi è stato spesso ospite della mia trasmissione “Tutti i colori del giallo” svelando segreti del mondo che per anni aveva frequentato e fu divertente quando lo invitai a tenere con me una conferenza all’Istituto di Cultura di Berlino qualche anno fa perché mi disse stupito: “ma sei sicuro che vogliano proprio me?”. Ero convinto che stesse scherzando e invece ancora una volta Luigi non aveva voglia di apparire troppo. Voleva restare dietro le quinte. Posso assicurarvi che così come Luigi era abile a scovare gli altrui talenti era altrettanto sorprendente quando raccontava o scriveva lui stesso storie. La sua voce roca e il suo sguardo ironico mi mancheranno davvero.

Luca Crovi

di a.fognini | 17 Ottobre, 2013

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La stella di pietra di Marco Buticchi

La passione per l’avventura e le storie ad alto grado di suspense torna con “La stella di pietra” (Longanesi) di Marco Buticchi, romanzo di cui vi sveliamo qui qualche retroscena in una lunga intervista che l’autore mi ha concesso.

 Lei sostiene che i suoi libri nascono da folgorazioni. Qual’è stato il colpo di fulmine che ha generato il suo ultimo romanzo?

Questa volta le folgorazioni sono arrivate in coppia: la prima è stata una telefonata da parte del mio editore quando morì Silvano Girotto, al secolo Frate Mitra e primo infiltrato dal generale dalla Chiesa nell’ermetica organizzazione brigatista. «Potrebbe essere un personaggio dei tuoi romanzi», mi disse Stefano Mauri. Da allora incominciai a rimuginare e documentarmi sugli anni di piombo. Quando poi, per caso, mi ritrovai in un sito che parlava della patermità del Laocoonte, mi sono reso conto che l’impianto storico di un nuovo romanzo era davanti ai miei occhi. Dovevo solo costruire una trama…

buticchi_premiazione[1]Quando si è cominciato a ipotizzare che fosse stato Michelangelo a realizzare il complesso del Laooconte?

In realtà, quando parlai di questa ipotesi a un’amica docente d’arte e amante di Michelangelo, storse il naso come credo faranno molti cultori “ortodossi” dell’arte classica e rinascimentale. La tesi, supportata da studi concreti che non sto qui a riportare, è tutt’altro che peregrina. La mia convinzione, fuori dai doveri di romanziere, è che la mano che ha realizzato il Laocoonte sia assai diversa da quelle (la scuola di Rodi) a cui la scultura viene attribuita. Un fatto singolare è che, quando in una fredda giornata romana del gennaio 1506, il Laocoonte riemerse dal luogo ove era sotterrato in una vigna sul colle Oppio, a affettuare il “riconoscimento” furono Giuliano da Sangallo e Michelangelo Buonarroti. E lo fecero su due piedi e senza tema di smentita, avendo davanti dei frammenti solo in parte assembrlati. Fu una coincidenza? Il mio protagonista ricorrente ripete spesso che, nel suo lavoro di agente segreto, le coincidenze non esistono…

 Cosa potrebbero davvero contenere i bozzetti realizzati da Michelangelo per quell’opera scultorea?

Se esistessero davvero quei bozzetti avrebbero un valore incommensurabile: un disegno di Michelangelo non ha prezzo, immaginate un disegno che fa crollare l’esempio della classicità per secoli e secoli di scultura. D’altronde Michelangelo inizia la sua folgorante carriera, facendosi conoscere dal potente cardinale Riario, come un ottimo falsario…

 Perchè ha ipotizzato immaginificamente che un documento del genere potesse servire per finanziare il terrorismo?

Perchè il terrorismo in Italia è stato un “evento” assai costoso. Ben più costoso di quanto ci abbiano fatto credere in questi anni. E i mezzi per finanziare il fine  destabilizzante erano i più svariati. Alcuni logicamente individuabili (rapine, sequestri di persona, furti). Altri meno logici che si muovevano lungo canali segreti e, spesso, impensabili.

 Come ha cercato di raccontare un periodo torbido come quello del 1985? 

Non è stato facile perchè, come spesso accade, il tempo che scorre riesce a disegnare collegamenti che spesso sfuggono nell’immediatezza dell’evento, . Come sempre sono io il primo a stupirmi di certe riletture della storia. Penso che questo sia un particolare che regala forza al romanzo. 

 E’ facile mescolare in un thriller realtà e fantasia?

Le rispondo con le parole di due miei maestri: Il mio editore Mario Spagnol, di fronte a quelle che lui chiamava “non verosimiglianze” nei miei lavori, mi ammoniva dicendomi che «Nello scrivere di storia l’auotre deve usare un estremo rigore» L’altro, Alessandro Manzoni, diceva che nel romanzo storico l’autore deve essere così abile da non far capire dove si trovi l’esatto confine tra finzione realtà al lettore. Dal comnnubio tra questi due insegnamenti prende vita il mio modo di trattare il passato. Alla fine di ogni mio romanzo, però, riporto un’appendice dove sono raccolte alcune verità incontrovertibili. Quello penso sia il vero momento “thriller” del mio lavoro.

 Ci sono dei maestri della narrativa che secondo lei l’hanno formata e abituata a raccontare con passione certe avventure?

Uno prima di tutti gli altri: quell’Emilio Salgari che, come me, ha plasmato generazioni di lettori e al quale abbiamo forse riconosciuto, spinti dall’esterofilia che contraddistingue noi italiani, solo una piccola parte del suo enorme valore.

Da un po’ di anni lei ha iniziato a raccontare nei suoi romanzi alcuni dei periodi più bui dell’Italia, perchè?

Perchè chiunque voglia bene a questo meraviglioso Paese deve darsi da fare per tirare fuori l’Italia dal pantano. Scrivere significa lasciare memoria e la memoria aiuta a non ripetere gli errori del passato.  

 Come ha cercato di riraccontare eventi come la morte di Tarantelli e il rapimento Moro che affiorano nel suo romanzo?

Bisogna sempre porsi dinanzi ai sentimenti di chi ci circonda con grande rispetto. Ancor più quando le ferite sono ancora aperte perchè recenti. Ho cercato di raccontare i fatti – nel caso di Moro, Tarantelli e di altri protagonisti degli anni di piombo citati nel romanzo – con umiltà e con il rispetto dovuto a quegli innocenti martiri del nostro vivere.  

 Quanto è divertente costruire per lei veri e propri flashback nel passato dove possiamo vedere in azione personaggi come Michelangelo?

Amo calarmi nei meandri della storia che sto studiando per ambientare un mio romanzo, socchiudere gli occhi e immaginare la scena che sto descrivendo, gli odori, i fumi, le luci, il modo di parlare…

 Come ha scoperto certi segreti della maschera funeraria di Lorenzo De Medici?

Anche qui per puro caso. “Spispolando” in rete ho letto che Daniele Rossi, autore del più recente restauro della maschera di Lorenzo, aveva rinvenuto all’interno del calco un sassolino sferico. Da lì a telefonare al restauratore è trascorso il tempo di trovare il suo numero di telefono. Daniele Rossi, con estrema gentilezza, mi ha fornito spiegazioni, foto e documenti del reperto. Insomma, attorno a un “sassolino” ho costruito una montagna… 

 E’ più difficile per lei iniziare un romanzo o tesserne le fila mentre lo sta scrivendo?

Scrivere è un lavoro impegnativo e, come ogni lavoro impegnativo, non è facile in nessuna delle sue fasi.

Quanto i suoi due protagonisti continuano ad essere funzionali alle sue storie e quanto invece ogni volta deve in qualche modo riequilibrarli rispetto alle nuove trame?

 Ribalto la domanda: come farei se non ci fossero i miei protagonisti ricorrrenti? Sono loro a rassicurarmi e sentirsi a proprio agio quando li inserisco nel contesto a cui sto lavorando. E mi regalano sempre delle belle soddisfazioni…

 Perchè questa volta ha deciso di scavare nel loro passato?

Perchè non riuscirei a parlare (forse solo perchè non posseggo la capacità di Fleming) di protagonisti evergreen come James Bond, sempre impecccabili, strafighi, giovani e scattanti. I miei Sara e Oswald sono al passo con i tempi e con gli anni che passano per tutti. Anche per loro. Ma scavare nella loro vita è sempre un esercizio interessante…

di a.fognini | 4 Ottobre, 2013

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Morto il papà del tecno thriller

di Luca Crovi

 Pochi scrittori hanno saputo interpretare nelle loro opere di fiction il mondo militare come ha fatto Tom Clancy. Pochi hanno avuto il coraggio di salire a bordo di elicotteri, sommergibili, corazzate, aerei, autoblindi, carrarmati per documentarsi in presa diretta sul mondo che stavano per raccontare nelle loro mirabolanti storie ad alto tasso di suspense. Tom Clancy, scomparso a Baltimora all’età di 66 anni, andava fiero di poter aver avuto accesso a basi militari, di aver potuto sedersi fianco a fianco di generali e soldati semplici per poter discutere con loro delle loro azioni di guerra. In quasi quarant’anni di produzioni letterarie Clancy non si è mai tirato indietro quando si trattava di scoprire i segreti di un’arma, di una divisa, di una tecnica di combattimento.

Questa sua speciale passione per la documentazione e la precisione nei dettagli nella descrizione del mondo delle guerre internazionali aveva reso Clancy un vero e proprio pioniere della narrativa. Sua moglie per coronare la sua passione gli aveva persino regalato un carro armato M4 Sherman e Clancy aveva un personale poligono di tiro in casa dove era solito sparare con la sua Beretta 92F. Repubblicano e iscritto alla National Fire Association lo scrittore americano si era spesso reso disponibile per biografie e reportages legati al mondo dell’esercito americano.

Tutto questo suo background costituiva la fonte primaria di ispirazione dei suoi romanzi ad alto tasso di adrenalina, storie per le quali si è dovuto coniare un termine singolare come tecno thriller, genere letterario di cui Clancy è stato per quasi quarant’anni portabandiera e leader incontrastato. Ognuna delle sue singolari esperienze di documentazione si è trasformata in un romanzo denso di ritmo e pieno di colpi di scena. Dietro a storie in apparenza incredibili come “Caccia a ottobre rosso”, “Attentato alla corte di Inghilterra”, “, “Pericolo imminente” “Paura senza limite” si nascondevano spesso le confessioni che Clancy aveva registrato da spie e militari che aveva conosciuto di persona.

Più di una volta è successo che lo scrittore americano inserisse nei suoi plot armi e sistemi di sicurezza apparentemente avveniristici ma che in realtà erano già in uso. E da quando aveva compreso l’importanza che potevano giocare anche i giochi di strategia nel nuovo universo elettronico Clancy aveva avuto il coraggio di studiare anche i set di videogiochi di simulazione di guerra come “Spliter Cell” e “Rainbow Six” dimostrando ancora una volta come spesso la realtà potesse sconfinare nella fantasia. Nelle descrizioni tecnologiche Clancy risultava ineguagliabile e riusciva sempre mantenere un piglio narrativo adrenalinico nonostante le minuziose descrizioni.

In un saggio come “Ogni uomo è una tigre” (dove ha raccontanto in maniera appassionata la biografia del generale Chuck Honer, comandante in capo delle forze aeree americane durante le operazioni Desert Shile e Desert Storm in Iraq) Clancy si permetteva di scrivere: “per pilotare un caccia F-16 bisogna avere la capacità di un virtuoso del pianoforte; anzi bisogna essere in grado di suonare due pianoforti contemporaneamente, poiché tutti i pulsanti che servono a per il combattimento sono sistemati sulla barra e sul pannello della manetta motore, e le armi possono essere usate senza dover abbassare lo sguardo”. Ma Clancy era anche consapevole che non fossero solo gli oggetti tecnologici a fare la differenza nelle su storie, bensì quegli uomini, i militari capaci di usarli: “ un esercito – si legge fra le pagine di “Dentro la tempesta” – è una vasta comunità di persone, più che l’insieme delle sue armi.

Può sembrare grottesco che quella della guerra venga chiamata arte, ma combattere vuol dire, più di ogni altra cosa, saper condurre uomini e donne, e questa è la più difficile delle imprese umane, soprattutto quando sono in gioco la vita e la morte”.Proprio per questo il personaggio di Jack Ryan, protagonista di tanti romanzi di Clancy è più che un semplice ex militare della marina, o agente della CIA. E’ la sua umanità a permettergli di poter cambiare pelle ed essere un vero e proprio camaleonte mediatico rendendo credibile che da una parte abbia una vera e propria fobia per gli aerei e dagli altri gli tocchi in sorte di diventare persino Presidente degli Stati Uniti d’America.Jack  Ryan per anni ha incarnato nelle storie di Clancy lo spirito dell’uomo medio americano disposto a combattere con le armi in difesa del suo paese. Facendo ricorso a metodi spesso scomodi ma che gli permettono nelle sue storie di proteggere il suo paese dagli attacchi dei terroristi di tutto il mondo.

di a.fognini | 3 Ottobre, 2013

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