ITALIAN SHARIA
Il mio romanzo “Italian Sharia” (Perdisa Edizioni) nasce dall’idea di scrivere un romanzo sull’omicidio di Hina Saleem, uccisa a Sarezzo, in provincia di Brescia, nell’agosto del 2006. E, allo stesso tempo, di scrivere un romanzo sulla condizione degli immigrati in Italia.
Durante il processo di documentazione, ho scoperto che altre ragazze sono stare ricondotte nei loro paesi d’origine per subire la stessa condanna a morte. La cosa era parzialmente nota perché già si sapeva che molte ragazze, in tutta Europa come negli Stati Uniti, erano stata riportate in patria a forza o con l’inganno per essere costrette a dei matrimoni combinati cui si opponevano. Non era noto che questo rimpatrio forzato abbia avuto in alcuni casi come conseguenza la morte.
Ho ricostruito la vicenda a Prato, città a pochi chilometri da Firenze, per diversi motivi. E’ una città della stessa grandezza di Brescia, circa 200mila abitanti, è una città che situata in centro Italia, per cui simbolico crocevia dei viaggi degli immigrati, e infine è una città in grave sofferenza a causa della massiccia immigrazione cinese.
E a Prato ho immaginato che venisse uccisa dal padre una ragazza marocchina perché anche lei ritenuta non una buona musulmana. Romanzo tragicamente profetico perché, pochi mesi fa e precisamente nel settembre 2009 a Montereale Valcellina, in provincia di Pordenone, è stato uccisa dal padre Saana Dafani, una ragazza marocchina per il solito motivo: non era una buona musulmana e aveva come Hina una relazione sentimentale con un ragazzo italiano.
Ma il testo è stato profetico anche sotto un altro aspetto. Il romanzo, la cui stesura, è iniziata due anni fa, si apre con la morte di Michael Jackson: avevo visto delle sue foto in carrozzella e ho immaginato che la sua fine fosse prossima.
Per chiudere con l’aspetto politico, preciso che il romanzo si pone due obiettivi: la difesa dei diritti delle donne e la riaffermazione della laicità dello stato su qualsiasi religione.
Paolo Grugni
di a.fognini | 6 Febbraio, 2010
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Facoltà di Scienze Umanistiche
DIPARTIMENTO DI STUDI FILOLOGICI, LINGUISTICI E LETTERARI
ROMA NOIR
2010
SCRITTURE NERE:
NARRATIVA DI GENERE,
NEW ITALIAN EPIC O
POST-NOIR?
Comunicato Stampa
Mercoledì 10 febbraio 2010 dalle ore 10.00 alle ore 17.00, nell’Aula Odeion della Facoltà di Scienze Umanistiche dell’Università di Roma La Sapienza, si svolgerà la giornata di studi Roma Noir 2010. Scritture nere: narrativa di genere, New Italian Epic o post-noir?
Il Convegno. È la settima edizione della manifestazione annuale dedicata al romanzo nero contemporaneo che il Dipartimento di Studi Filologici, Linguistici e Letterari organizza dal 2004. Nel corso di questi anni Roma Noir è stata un’occasione d’incontro fra studenti e scrittori, editori, registi, studiosi, docenti universitari, operatori del settore che si sono confrontati sulle tendenze attuali del genere e sui suoi prodotti, letterari ed extraletterari, italiani e stranieri.
Il progetto. Oltre all’incontro annuale, il progetto comprende un gruppo di ricerca, un sito web di recensioni e interviste (www.romanoir.it) aperto anche ai contributi degli studenti, un concorso letterario per racconti inediti e un concorso di fumetti realizzato in collaborazione con la Scuola Internazionale di Comics (www.scuolacomics.it) e la pubblicazione dei volumi, per la casa editrice Robin Edizioni-BdV, con i materiali di Roma Noir curati da Elisabetta Mondello, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea e coordinatrice scientifica del progetto.
Roma Noir 2010. Quest’anno il convegno propone un confronto fra critici, studiosi, scrittori, operatori nei mass-media sulle trasformazioni del noir italiano, un genere che per alcuni intellettuali è riuscito meglio di altre forme narrative a rappresentare la realtà contemporanea e le sue contraddizioni, per altri ha invece esaurito le sue risorse innovative al punto che è ormai lecito parlare di post-noir. Al centro del dibattito sarà anche la cosiddetta New Italian Epic, un’etichetta proposta da Wu Ming per indicare un’area della narrativa italiana che assume alcuni tratti del noir ma che, sostanzialmente, fonda un nuovo canone e propone una nuova forma-romanzo.
Interviste. Anche quest’anno Roma Noir si avvale della collaborazione del programma di TV2000 La Compagnia del libro, condotto da Saverio Simonelli (responsabile dei programmi culturali dell’emittente), che per l’occasione ha realizzato un video intitolato Ridefinire il noir? Gli scrittori rispondono in un video di TV2000, con interviste ad alcuni tra i più interessanti scrittori italiani di genere. Il video verrà proiettato in anteprima durante il convegno.
Programma della giornata. Aprirà la giornata di studi il Magnifico Rettore dell’Università La Sapienza Luigi Frati, il Preside della Facoltà di Scienze Umanistiche, Roberto Nicolai e il Direttore del Dipartimento di Studi Filologici, Linguistici e Letterari, M. Emanuela Piemontese. La prima parte del convegno sarà dedicata a un confronto fra critici (Elisabetta Mondello, Filippo La Porta, Monica Cristina Storini), scrittori (Massimo Mongai, Giulio Leoni), editor (Mattia Carratello) sul tema che sta al centro del dibattito dell’ultimo anno: fino a qual punto sia mutato il noir italiano e se si sia trasformato in un genere totalmente diverso da quello originario.
A seguire, subito dopo la proiezione del video realizzato da La Compagnia del libro di TV2000 e introdotto da Saverio Simonelli, si terrà una tavola rotonda tra scrittrici e scrittori sugli sviluppi futuri della narrativa nera di cui molti critici lamentano lo scivolamento negli stereotipi e l’attenzione eccessiva al mercato editoriale. Interverranno: Diana Lama, Franco Limardi, Luca Poldelmengo, Alda Teodorani, Maurizio Testa.
Concorso Letterario Roma Noir 2010. Come ogni anno, la manifestazione si chiuderà con la premiazione da parte del Direttore della Scuola di Internazionale di Comics, Dino Caterini, dei vincitori del Concorso Letterario Roma Noir 2010 per tre racconti inediti, il cui bando è pubblicato sul sito ufficiale della manifestazione, www.romanoir.it. I racconti saranno pubblicati sulla rivista «MilanoNera», sui periodici on line «I-Comics» e «ThrillerMagazine», e sul sito ufficiale di Roma Noir, www.romanoir.it. Quest’anno il Premio sarà associato al Concorso di fumetti “Il tratto noir” per la migliore tavola o vignetta di argomento noir organizzato dalla Scuola Internazionale di Comics (www.scuolacomics.it).
Coordinatore del progetto:
Elisabetta Mondello
Comitato organizzativo:
Velia Bernabei, Giorgio Nisini, Federica Paoli
Giuria del Concorso:
Fabio Giovannini, Giulio Leoni, Marco Minicangeli, Elisabetta Mondello, Giorgio Nisini, Mauro Smocovich, Maurizio Testa
Contributi e sponsor:
Il Convegno è stato realizzato anche con il contributo della Scuola Internazionale di Comics e in collaborazione con il programma La Compagnia del libro di TV2000
Redazione web:
Federica Paoli
Ufficio stampa:
338/4399890 – ufficiostampa@romanoir.it
Segreteria organizzativa:
Velia Bernabei, 06/96040315 – velia.bernabei@uniroma1.it
Barbara Ottaviani, 06/96040312 – barbara.ottaviani@uniroma1.it
Programma
ore 10,00 – 13,30
Saluti
Luigi Frati. Rettore dell’Università di Roma La Sapienza
Roberto Nicolai. Preside della Facoltà di Scienze Umanistiche
M. Emanuela Piemontese. Direttore del Dipartimento di Studi Filologici, Linguistici e Letterari
Narrativa di genere, New Italian Epic o post-noir?
Elisabetta Mondello. Una querelle lunga un decennio
Filippo La Porta Il noir implode a Villa Ada. Su Ammaniti e altro: tra
celebrazione e parodia del genere
Mattia Carratello. I nuovi noir. Oltre il genere, fine di un genere
Massimo Mongai. I numeri del noir in Italia: autori e titoli
Giulio Leoni. L’epica della New Epic
Monica Cristina Storini. New Italian Epic e noir: differenze e
sovrapposizioni
ore 13,30 – 14,45
Pausa
ore 14,45
Ridefinire il noir? Gli scrittori rispondono in un video di TV2000
Proiezione del DVD realizzato dal programma La compagnia del libro.
Interviene Saverio Simonelli.
ore 15,00
Oltre l’oggi: il futuro del noir
Tavola rotonda con gli scrittori. Intervengono: Diana Lama, Franco
Limardi, Luca Poldelmengo, Alda Teodorani, Maurizio Testa.
ore 16,00
Dino Caterini (Direttore della Scuola Internazionale di Comics).
Premiazione dei vincitori del Concorso Letterario Roma Noir 2010 per
tre racconti inediti e del Concorso di fumetti “Il tratto noir”.
CONCORSO LETTERARIO ROMA NOIR
Il concorso è indetto nell’ambito del Convegno Roma Noir 2010. Le scritture “nere”: narrativa di genere, post-noir o New Italian Epic? che si terrà all’Università di Roma La Sapienza, Facoltà di Scienze Umanistiche, il 10 febbraio 2010. Quest’anno il Premio sarà associato al Concorso di fumetti Il tratto noir per la migliore tavola o vignetta di argomento noir organizzato dalla Scuola Internazionale di Comics (bando sui siti: http://www.romanoir.it/ e www.scuolacomics.it).
Il Concorso letterario Roma Noir 2010 intende premiare i racconti di ambientazione italiana che sappiano più efficacemente cogliere le nuove tendenze della letteratura noir. I testi devono essere in lingua italiana, inediti, DI LUNGHEZZA INFERIORE alle 4000 battute (compresi gli spazi) pena l’esclusione dal concorso. Non saranno presi in considerazione i racconti che siano già stati premiati in altri concorsi o che siano stati precedentemente pubblicati sul web. Possono partecipare autori italiani e stranieri. I concorrenti devono inviare il racconto ENTRO il giorno 24 GENNAIO 2010 con nome, cognome, indirizzo e numero di telefono al seguente indirizzo e-mail: concorso@romanoir.it. Il racconto NON VA INVIATO IN ALLEGATO, BENSÌ INCLUSO NEL TESTO DELLA E-MAIL pena l’esclusione dal concorso. La giuria selezionerà tre racconti vincitori.
GIURIA
I testi saranno valutati da una giuria critica composta da Fabio Giovannini, Giulio Leoni, Marco Minicangeli, Elisabetta Mondello, Giorgio Nisini, Mauro Smocovich, Maurizio Testa.
Primo racconto classificato: sconto di 300 euro su un corso a scelta della Scuola Internazionale di Comics, sconto del 50% sull’acquisto dei libri della Robin Edizioni, pubblicazione del racconto sulle riviste I-Comics e MilanoNera, sul periodico on line ThrillerMagazine e sul sito ufficiale di Roma Noir, www.romanoir.it.
Secondo racconto classificato: sconto del 50% sull’acquisto dei libri della Robin Edizioni, pubblicazione del racconto sulle riviste I-Comics e MilanoNera, sul periodico on line ThrillerMagazine e sul sito ufficiale di Roma Noir, www.romanoir.it.
Terzo racconto classificato: pubblicazione del racconto sulle riviste I-Comics e MilanoNera, sul periodico on line ThrillerMagazine e sul sito ufficiale di Roma Noir, www.romanoir.it.
PREMIAZIONE - Avverrà a Roma nell’ambito del convegno Roma Noir, che si terrà all’Università di Roma “La Sapienza”, Facoltà di Scienze Umanistiche, il 10 febbraio 2010. I nomi dei vincitori verranno pubblicati su www.romanoir.it. I vincitori saranno inoltre avvisati per telefono e tramite lettera raccomandata.
DIRITTI D’AUTORE - Gli autori, per il fatto stesso di partecipare al concorso, cedono il diritto di pubblicazione alle riviste I-Comics, MilanoNera, ThrillerMagazine e a Roma Noir, e/o ad un’eventuale Antologia del premio senza aver nulla a pretendere come diritto d’autore. I diritti rimangono comunque di proprietà dei singoli autori.
INFORMATIVA - Informativa ai sensi della Legge 675/96 sulla Tutela dei dati personali. Il trattamento dei dati, di cui garantiamo la massima riservatezza, è effettuato esclusivamente ai fini inerenti il concorso. I dati dei partecipanti non verranno comunicati o diffusi a terzi a nessun titolo e gli interessati potranno richiederne gratuitamente la cancellazione o la modifica scrivendo a concorso@romanoir.it. I dati medesimi verranno cancellati dopo la proclamazione dei tre racconti vincitori.
Per informazioni: concorso@romanoir.it
di a.fognini | 5 Febbraio, 2010
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La genesi de “La regola delle ombre”
Qualche settimana fà molti di voi sono rimasti colpiti dal racconto del plot de “La Regola delle Ombre” (Mondadori) di Giulio Leoni e ci hanno chiesto di raccontare qualche piccolo segreto sull’origine di questo giallo storico che ha per protagonista Pico Della Mirandola. E’ lo stesso Leoni a spiegarvi com’è nato quel libro e per coloro che volessero divertirsi anche con il book trailer promozionale di quell’opera, questo è l’indirizzo dove potete trovarlo: http://www.youtube.com/watch?v=dg3bCMlHQ2U
La Regola delle Ombre ha avuto una genesi diversa dai romanzi del ciclo dantesco. Lì c’era un’idea del personaggio, cui di volta in volta si trattava di far vivere un’avventura ragionevolmente credibile, e possibilmente divertente per il lettore. Qui invece, come per La donna sulla luna o E trentuno con la morte, è nata prima la storia e poi è venuto il personaggio.
In questo caso quello che mi affascinava era quel mondo che nella seconda metà del Quattrocento si agita intorno all’arrivo in Italia del Corpus hermeticum, una raccolta di scritti a carattere magico-esoterico che arrivano dall’Oriente in concomitanza con il Concilio di Firenze e che suscitano un immediato interesse nella comunità di studiosi, filosofi e artisti che stanno dando vita a quella rivoluzione che poi verrà chiamata Rinascimento.
Dalla lettura di questi testi attribuiti al misterioso Ermete Trismegisto scaturisce un magma di pratiche magiche, follia e intuizioni geniali, e soprattutto l’idea, che poi transiterà nella Massoneria scozzese attraverso i transfughi del movimento italiano, che in un passato remotissimo sia esistita una tradizione sapienziale, direttamente ispirata dagli dei, custode di tutti i grandi segreti della vita e della morte.
Questo ritorno di antiche conoscenze, dentro cui riecheggiavano elementi gnostici e cabalistici, si andava poi incrociando con la tradizione pagana, mai del tutto scomparsa a Roma, e che proprio allora era tornata a esplodere nelle forme di fantasiosi tentativi di restaurare la Repubblica e addirittura lo stesso culto degli dei romani.
È questo il mondo che viene attraversato come una meteora da Simonetta Vespucci, la giovane di bellezza sfolgorante che ammalia l’intera corte dei Medici e muore giovanissima gettando nel lutto l’intera Firenze. Secondo una leggenda, subito dopo la sua morte fu tentato un rito negromantico per richiamarla dalle ombre, un rito che aveva coinvolto oltre al signore di Firenze anche alcuni dei suoi amici più intimi.
L’elemento che più mi incuriosiva era che molti dei fili di questa rete sotterranea sembravano in qualche modo far capo a Leon Battista Alberti, la figura più straordinaria del suo secolo. Un personaggio incredibile, forse più dello stesso Leonardo il vero grande genio del Rinascimento italiano. Una mente dalle capacità smisurate, universalmente noto per le sue innovazioni architettoniche, ma molto meno per tutte le altre. Matematico, inventore di complessi meccanismi tra cui, con due secoli di anticipo, del pantografo, ideatore di un metodo di cifra su cui negli anni trenta i tedeschi baseranno la macchina Enigma, abilissimo nell’ippica e nelle arti della guerra. E, soprattutto, appassionato cultore delle opere degli antichi e del loro pensiero al punto di erigere per il suo amico Sigismondo Malatesta un vero e proprio tempio pagano, sotto le apparenze di chiesa cristiana.
Allora mi sono chiesto: poteva un uomo come lui arrestarsi sulle soglie di questa conoscenza misteriosa, oppure avrebbe tentato in qualche modo di varcare la soglia della teoria, e cercare di tradurre in pratica quegli insegnamenti che andava scoprendo? Da questo momento in poi il romanzo si addentra in una regione puramente congetturale, come direbbe Borges. Prospettando un’ipotesi finale la cui plausibilità lascio naturalmente giudicare al lettore.
A questo punto mi serviva una figura che potesse addentrarsi in questo labirinto, con energia, l’entusiasmo e insieme con l’ingenuità della giovinezza. Perché volevo che il lettore vivesse la catena di successive scoperte del protagonista con la sua stessa incertezza e senso di sorpresa. Pico mi è parso subito il personaggio ideale: un uomo che poi approderà a livelli di grande intensità teologica e filosofica. Ma che nell’anno in cui si svolge la vicenda, il 1482, non ha ancora nemmeno vent’anni, ed è ben lungi dall’aver raggiunto quei risultati che poi lo consegneranno alla storia. Ne ha solo le attitudini potenziali, come un motore che si è appena avviato e deve ancora sviluppare tutta la sua potenza. E si trova per di più nel pieno del turbamento di idee e di sentimenti che sempre si accompagna alla giovane età.
Sarà quindi proprio lui ad addentrarsi in quel mondo oscuro che si cela sotto la superficie di Roma, tra i resti degli antichi templi che nel Quattrocento sopravvivono in larga misura nel tessuto di vicoli bui e pericolosi di una città in cui il tempo sembra non passare.
Giulio Leoni
di a.fognini | 4 Febbraio, 2010
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In compagnia di Serge Quadruppani
11 FEBBRAIO ALLE ORE 19.00
PRESSO LO SPAZIO DI MILANONERA
Libreria MURSIA
via Galvani, 24 a Milano
LUCA CROVI INTERVISTA SERGE QUADRUPPANI in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo “Rue de la Cloche” (Marsilio)
Politica e criminalità, complotti e rocambolesche avventure tra il parigino quartiere di Belleville e il resto del mondo. Il ritorno di Emile K., l’ex superpoliziotto collezionista di segreti di Stato. Quadruppani scrive romanzi che avvincono, sì, ma anche inquietano e disturbano. Scorge con chiarezza dove si acquatti il nemico e non ha remore a denunciarlo» ha scritto Valerio Evangelisti su IL MANIFESTO.
Serge Quadruppani, francese, è nato nel 1952. Vive tra Roma e Parigi ed è direttore di una collana pubblicata da Metailié dedicata al noir italiano. Ha scritto diversi saggi e romanzi noir, fra cui L’assassina di Belleville, La breve estate dei colchici, La notte di Babbo Natale, pubblicati nei Gialli Mondadori. Per Marsilio sono usciti nel 2007 In fondo agli occhi del Gatto e nel 2008 Y, primo volume di una trilogia poliziesca che prosegue con Rue de la Cloche. Traduttore dall’americano e dall’italiano, è la voce francese di alcuni dei migliori giallisti del nostro paese, da Andrea Camilleri a Massimo Carlotto, da Marcello Fois a Giancarlo De Cataldo.
di a.fognini | 4 Febbraio, 2010
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La metà oscura dell’America di James Ellroy
di Luca Crovi
Domenica 31 marzo, poco prima che venisse bloccato definitvamente il traffico a Milano, io e Alberto Fognini, nonostante il freddo polare di quella mattina ci siamo avventurati all’Hotel Principe di savoia di Milano per incontrare James Ellroy. Ad aiutarci durante lo special realizzato quella mattina è stato l’efficientissimo Paolo Noseda, che ci ha aiutato subito a rompere il ghiaccio con lo scrittore americano grazie alla sua superprofessionalità e al suo entusiasmo di traduttore. In attesa di sentire in onda a “Tutti i colori del giallo” la versione integrale di quella chiacchierata, eccovene qualche prezioso estratto.
Com’è nato il titolo del suo ultimo romanzo?
“Ho preso la frase “Il sangue è randagio” da una lirica di A. E. Housmane e con quel titolo volevo proprio descrivere questo gruppo di randagi e vagabondi, uomini e donne che sono protagonisti delle storie che ho raccontato e che hanno vissuto a pieno le storie dell’America dal 1968 al 1972 che racconto nel mio libro. Cani randagi che in branco se ne vanno a cercare sangue che li riscaldi: sangue politico, sangue sessuale, sangue di tutti i generi.”
E con una sanguinosissima rapina degna di film come “Heat” di Michael Mann o “Dark Knight” si apre il suo romanzo?
“Raccontare quella terribile rapina avvenuta nel 1964 a Los Angeles è stato un trucco per spiegare subito ai lettori, qual’era il clima di violenza che c’era in quel periodo. Ho riassunto un po’ i quattro anni di disordini che misero a ferro e a fuoco la città proprio con quella scena. Ho cercato di rinchiudere in tutte le pagine successive del libro il senso di suspense che ho dato a quella scena d’avvio”.
Quanto è difficile mescolare realtà e fantasia nei suoi romanzi?
“Non rispondo mai a chi mi chiede cosa c’è di vero e cosa c’è di inventato nelle mie storie, perché credo di essere riuscito a far sparire da quello che scrivo ogni traccia che possa far distinguere il vero dal falso. Ho fatto in modo che sparissero i punti di cucitura fra la realtà e la fantasia nella trama dei miei libri. Se questo mix riesce, anche se noi viviamo in un momento di profondo di scetticismo sia politico che sociale dove spesso è possibile fare credere a tutti qualsiasi tipo di complotto, il mio operato di narratore è riuscito e risulta credibile ai miei lettori”.
Tre personaggi reali come Howard Hugues, J. Edgar Hoover e Richard Nixon ritornano spesso fra le pagine di “Il sangue è randagio”?
Nixon, non era mai apparso in “American Tabloid” e “Sei pezzi da mille” e fa il suo debutto proprio fra le pagine del mio ultimo romanzo e devo ammettere che la figura dei cattivi deve essere una costante nella mente di chi mi legge i miei libri. Senza cattivi non funziona una buona storia drammatica. I lettori devono imparare a familiarizzare con questi personaggi negativi che sono sempre molto sfacettati . Ho scelto Hugues perché è stato un miliardario che poteva tutto, tossico, xenofobo, mentre Hoover è stato la perfetta incarnazione del potere burocratico e della politica. Voglio che i miei personaggi siano pervasi dal dramma dei miei libri e che il tutto diventi coerente e che diventi un corpus integrato.
Perché ci ha impiegato quasi otto anni a scrivere un’opera del genere?
In realtà sono stati i miei drammi familiari personali (a partire dal divorzio da mia moglie) a distrarmi per lungo tempo. Poi ho scritto per la televisione e per il cinema ma solo perché avevo bisogno di liquidità e tecnicamente ci ho impiegato solo due anni a scrivere “Il sangue è randagio”. Non è stato una fatica scriverlo, anzi potrei dire che è stata una vacanza da tutto quello che mi era accaduto intorno. Ma svelerò chiaramente cosa mi è successo in questo periodo nel mio prossimo libro “The Hilkiller Curse - My Pursuit of Women”.
E’ vero riparlerà qui anche della tragica scomparsa di sua madre?
No. Parlerò solo di me e del mio rapporto con le donne.
Ed è proprio l’elemento femminile spesso al centro de “Il sangue è randagio”, grazie a personaggi come Joan Rosen Klein e Karen Sifakis…
Volevo scrivere qualcosa di diverso rispetto al passato. Un libro profondamente ideologico, un volume che descrivesse un periodo di rivoluzione. Volevo che parlasse di quando nella vita della gente arriva a una conversione, un nuovo modo di vedere le cose. E per questo che sono stati fondamentali per me quei due personaggi femminili che io ho costruito ispirandomi a due donne che ho conosciuto e frequentato per lungo tempo. Con i personaggi di Joan e Karen ho voluto rendere omaggio a due donne che hanno avuto con me un rapporto speciale e che nel romanzo danno del filo da torcere all’investigatore privato Don Crutchfield”.
Avere cambiato stile nel tempo l’ha fatta soffrire, o ha rappresentato per lei il raggiungimento di un obbiettivo personale?
“Io ho sempre scritto ogni mio libro nello stile e nella lingua che era idonea a quello che volevo realizzare. Per “Il sangue è randagio” ho scelto di inserire spesso dei dossier narrativi che chiarificano le vicende nelle quali sono coinvolti i miei protagonisti perché mi sono accorto che in “6 pezzi da mille” era stato troppo coinciso e non avevo descritto in maniera profonda la situazione emotiva dei miei personaggi. Bisogna sempre essere attenti alla filosofia dei propri personaggi e per farlo bisogna adattare lo stile dove possibile.
Per la prima volta nella sua carriera ha mandato una lettera personale ai librai nella quale raccontava che avrebbe seguito con entusiasmo la promozione in tutto il mondo il suo libro.
“L’ho fatto solo per accondiscendere alle richieste del mio editore americano”.
Perché nella narrazione ha scelto di fermarsi poco prima del Watergate?
“Quell’evento mi ha sempre annoiato. Poi la maggior parte dei protagonisti di quello scandalo sono ancora vivi e potrebbero denunciarmi e crearmi della grane legali se parlassi di loro”.
La trilogia è davvero finita?
“Si è finita. Posso svelarvi che realizzerò presto una quadrilogia ambientata a Los Angeles. Un quadro che avrò un respiro ancora più ampio a quello che ho descritto nel mio primo quartetto dedicato a L.A.”
E’ vero che questo ciclo sarà ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale?
No comment (e sorride…).
Lei ama Beethoven. Secondo lei “Il sangue è randagio” è paragonabile a una delle sue sonate?
Potrei dirvi che si può avvicinarlo alla “Sonata n. 29” che è amplissima, meravigliosa e a un respiro quasi infinito”.
Ascolta musica mentre scrive?
No. L’ascolto come esercizio personale, quando sono solo e al buio, mi serve per concentrarmi e ricaricarmi.
Che rapporto ha con la scrittura?
“Non soffro quando scrivo, ma mi impegno molto nel farlo”.
Cosa rappresenta per lei L.A.?
“Non la conosco così bene da poter dire che sono un esperto di quella città. Ci sono cresciuto e adesso ci sono tornato a riabitare ma non ho una relazione speciale con quella città. L’ho semplicemente ricreata nelle mie storie. Io scrivo di L.A. quello che sento personalmente di quei luoghi, che però non è esattamente la sua realtà. Ho una mia Los Angeles nella quale mi piaceva vivere e assaporare certe storie che ho scritto che non è però quella di oggi, così come la mia America non è quella della realtà ma bensì quella che racconto in storie come “Il sangue è randagio”.
Scrivere un nuovo romanzo è una sfida con se stesso, con il suo editore o con il pubblico?
“E’ sempre una mia prova personale, una mia sfida. Ho una collaborazione ottimale con tutte le case editrici che mi pubblicano in tutto il mondo e che mi supportano ed hanno per me un’attenzione davvero speciale. Ma io ho sempre la dannata ossessione di dare il meglio di me stesso nel mio lavoro di scrittore. Vorrei che i miei lettori leggessero le mie opere con lo stesso ritmo ossessivo con cui io li scrivo”.
C’è un suo romanzo o un suo racconto che avrebbe voluto scrivere in maniera diversa?
No.
di a.fognini | 3 Febbraio, 2010
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Quindici uomini e una bottiglia di rum…
Ho spesso raccontato ai microfoni di “Tutti i colori del giallo” che da bambino una delle mie canzoni preferite era “Quindici uomini e una bottiglia di rum…” che spesso intonavo assieme alla brigantesca “Caramba beviamo del whisky”. “Quindici uomini…” mi era entrata subito in testa dopo aver visto la prima puntata dello sceneggiato Rai de “L’isola del tesoro” e, per molto tempo, il libro di Stevenson nella traduzione originale di Angelo Silvio Novaro è stato sotto il mio cuscino di bimbo, in una versione illustrata che ancora conservo a casa mia. Per cui avrete capito che parlare di pirati è sempre stato per me emozionante. Così, ho seguito subito da vicino la genesi della saga piratesca sviluppata da Valerio Evangelisti in romanzi come “Tortuga” e “Veracruz” (Mondadori), fin da quando Valerio mi confessò, durante una delle premiazioni del Premio Salgari, che era cresciuto anche lui da bambino emozionandosi per le avventure del Corsaro Nero. Insieme abbiamo costruito alcune puntate radiofoniche sull’argomento che spero vi abbiano divertito e mi fa piacere riproporvi qui una bella intervista-chiacchierata interamente dedicata all’argomento. Chiacchierata alla quale facciamo seguire on line anche il racconto completo “I Fratelli della Costa” che Evangelisti pubblicò nel 2007 nell’Antologia Mondadori “Anime nere” curata dal nostro amico Sergio Altieri. Quel racconto dedicato all’assedio di Veracruz e dalle forte tinte horror è stato il punto di partenza dal quale sono poi scaturiti “Tortuga” e “Veracruz” e ringrazio Valerio per averci concesso la possibilità di inserire quella storia sul nostro blog, ho il sospetto che sconvolgerà parecchi di voi e li porterà a leggere o rileggere quei due romanzi con occhi diversi. Buona avventura e buona lettura!
Luca
Perché secondo te i pirati hanno sempre avuto un fascino così magnetico per i lettori?
A parte il mare, dalla fascinazione irresistibile, si trattava di fuorilegge dotati di un codice d’onore. Facilmente scambiabili per vendicatori. Non è?la verità storica, però ha funzionato. Funziona ancora.
E’ vero che da bambino ti sei appassionato per le incredibili avventure del Corsaro Nero?
“Il Corsaro Nero” lo lessi tredici volte di seguito, da ragazzino. Lo conosco quasi a memoria. Era una perfetta sintesi fra trasgressione e nobiltà d’intenti. Tutto ciò a cui un minorenne può aspirare.
Trovi che Sandokan e il Corsaro Nero siano due pirati così diversi, oppure hanno la stessa matrice eroica?
La matrice è simile, ma la sostanza è diversa. Il Corsaro Nero sembra trascinato dal destino, mentre Sandokan è più lucido, e padrone delle sue azioni. Poi Sandokan ha al suo lato un personaggio eccezionale, Yanez, cinico e astuto. Il Corsaro Nero non ha nessuno che gli somigli. Gli arguti Carmaux e Wan Stiller fanno parte dell’equipaggio. Sono commentatori esterni. Yanez, all’occorrenza, prende il posto del capo.
Come credi che Robert Louis Stevenson e Daniel De Foe abbiano raccontato il mondo dei pirati?
De Foe, se è lui il mitico “capitano Johnson”, è fonte documentaria irrinunciabile. Stevenson, con “L’isola del tesoro”, ha contribuito a formare l’immaginario piratesco, cosciente di ciò che faceva.
E’ vero che ci sono poche storie autobiografiche firmate da pirati e capitani della filibusta, perché spesso il loro livello di alfabetizzazione era molto basso?Nessuno di loro sapeva leggere o scrivere, però ebbero a bordo intellettuali, medici o esponenti della nobiltà. Alexandre-Olivier Exquemeling, Ravenau de Lussan. E’ a loro che dobbiamo resoconti accurati.
I pirati erano cavalieri del mare, avventurieri in cerca di sogni di gloria o libertà, o semplici criminali che avrebbero fatto di tutto per poter sbarcare il lunario? Idealisti o uomini concreti? Uomini liberi o schiavi?
Tutte queste cose. Per lo più si trattava di gente in fuga: dall’Inquisizione, dalle carceri, dalle galere reali. Idealisti e malandrini assortiti, privi di illusioni sulla durata della loro vita. Crudeli, avidi ma anche ribelli.
Quanto i re di Francia, Spagna e Olanda sfruttarono i pirati pilotando le loro azioni per riuscire nei loro progetti coloniali?
I sovrani europei manovrarono i pirati con totale cinismo. Offrivano patenti di corsa contro il nemico del momento, passavano alla repressione della pirateria in occasione di accordi di pace transitori. I pirati realmente autonomi furono pochi, e non fecero una bella fine.
In che senso si può sostenere che la comunità piratesca fosse al suo interno democratica?
I capitani venivano eletti dagli equipaggi, il bottino era spartito per contratto. Limite alla democrazia era l’accettazione del sistema della schiavitù. I pirati erano anche negrieri, con la differenza che facevano schiavi a prescindere dal colore della pelle.
I pirati erano crudeli e violenti, credi che tanta violenza e aberrazione fosse necessaria alla loro sopravvivenza?
Tutta la società della fine del Seicento era violenta. I colonialisti spagnoli non erano meno teneri dei pirati. Questi ultimi si adeguavano a un costume, benedetto persino dalla Chiesa.
I FRATELLI DELLA COSTA
di Valerio Evangelisti
La sera del 16 maggio 1683, il cavaliere Michel De Grammont sostava, torvo come sempre, accanto al timoniere, sulla goletta Le Hardi, priva di bandiere. Sulla tolda gli uomini dell’equipaggio si muovevano in un silenzio quasi completo, obbedienti agli ordini sussurrati dagli ufficiali.
De Grammont si avvicinò a Laurens Graff detto “Lorencillo”, il suo comandante in seconda. “Quelle luci laggiù… Il forte di San Juan de Ulúa, immagino.”
Il mulatto abbassò il cannocchiale. “Sì, capitano. Dobbiamo tenerci fuori portata. O lo aggiriamo al largo e sbarchiamo più a ovest, o gettiamo le ancore qui.”
“Tu conosci i luoghi. Cosa suggerisci?”
“Meglio qua. La costa è accessibile e gli scogli sono radi. Possiamo raggiungere la città attraverso un passaggio chiamato La Vergara.”
“Bene” assentì De Grammont. “Ordina agli uomini di calare le vele e gettare l’ancora. Segnala a Vanferton e agli altri capitani di fare lo stesso. Si sbarca domattina alle prime luci.”
“Agli ordini, signore!”
La flotta, proveniente in parte dall’isola della Tortuga, governata dai francesi, e in parte dal porticciolo di Guariga, a Santo Domingo, si componeva di tredici velieri. Sei erano al comando di De Grammont, gli altri sette dell’olandese Jan Van Hoorn, detto “Vanferton”. L’impresa che i pirati volevano tentare era stata a lungo giudicata impossibile. La ricca città di Veracruz era difesa da una fortezza poderosa, San Juan de Ulúa, interamente costruita con blocchi di corallo pietrificato. Quando, nel 1568, il corsaro Francis Drake aveva tentato un assalto, gli spagnoli gli avevano inflitto la sconfitta più ignominiosa della sua carriera. Drake aveva salvato la propria vita a stento, con pochi compagni.
Così, tra pirati e bucanieri, l’idea di prendere Veracruz era stata accantonata. Fino al giorno in cui il mulatto Lorencillo, che a Veacruz aveva vissuto due anni, non era fuggito in Giamaica per sottrarsi a un arresto per omicidio, e di lì era capitato alla Tortuga. Lorencillo sosteneva che la città si poteva conquistare per via di terra, e che le ricchezze che conteneva giustificavano qualsiasi spesa per allestire una flotta. Aveva trovato interlocutori attenti in Vanferton e in De Grammont. Il primo era un mezzo pazzo capace di qualsiasi avventura. Invece il fosco De Grammont aveva un motivo personale di rancore verso Veracruz. Sua sorella Claire, di religione ugonotta, tre anni prima era stata rinchiusa dall’Inquisizione in San Juan de Ulúa.
Le celle della fortezza erano tanto orribili che nessun prigioniero vi sopravviveva per più di un anno, e in molti casi per più di qualche mese. Il cavaliere che non sorrideva mai, ogni volta che pensava a Veracruz, increspava le labbra in un ghigno feroce.
Don Luís Bartolomé de Córdoba y Zúiñiga, governatore di Veracruz, fu svegliato nel cuore della notte. Si trattava di un messaggio urgente di don Fernando de Solís y Mendoza, castellano di San Juan de Ulúa. Si stropicciò gli occhi, accostò la candela e lo lesse.
Terminata la lettura fissò Pedro Valdéz, capo delle guardie della fortezza e latore della carta. “Navi ignote? Stiamo aspettando un carico di merci da Caracas. Senza dubbio si tratta di quelle.”
“Le navi che attendiamo sono due, signore” rispose il messaggero. “Quelle in arrivo sono molte di più.”
“Probabilmente hanno una scorta. Non capisco le inquietudini del signor castellano. Anche se si trattasse di nemici, Veracruz è inattaccabile.”
Valdez deglutì. “Non vi sembra comunque il caso, don Luís, di avvertire la popolazione?”
“Sì, certo” rispose il signor de Córdoba, soffocando uno sbadiglio. “Domattina lo farò. Adesso, nessuna nave potrebbe entrare in porto, e nemmeno avvicinarsi… Pedro!”
Un cameriere di pura razza mixteca, che reggeva un candeliere, si fece avanti.
“Pedro, accompagna questo bravo soldato alla porta. Mentre torni, accertati che mia figlia Rosario si sia chiusa a chiave in camera. Deve restarci finché i lebbrosi sbarcati in città non siano stati condotti alla Isla de los Sacrificios. Voglio che non corra rischi.”
“Sarà fatto, don Luís.”
Il governatore sbadigliò di nuovo. Attese che i riflessi del candeliere fossero spariti, poi soffiò sulla bugia e si avvolse voluttuosamente nelle coperte. Fino al mattino fece sogni bellissimi. Fu risvegliato da colpi di cannone.
I milleduecento pirati uscirono silenziosi dai palmizi. Appena furono allo scoperto, sotto le mura di Veracruz, cominciarono a urlare. Le porte di accesso alla città erano guardate da piccole guarnigioni ancora assonnate. Caddero sotto le sciabolate e i colpi di scure degli invasori.
I filibustieri dilagarono, assetati di sangue e di bottino. Erano una marmaglia composita, priva di uniformi e di bandiera – a parte un vessillo nero, su cui era stato rozzamente verniciato uno scheletro bianco, portato dagli uomini di Van Hoorn. Nasceva l’alba, soffiava un vento impetuoso e le strade erano deserte. Un vecchio in camicione, con una cuffia da notte sui capelli bianchi, si azzardò ad affacciarsi sulla soglia della sua casupola. Fu decapitato con un solo fendente di sciabola. Un gruppo di bambini abbandonati si stringeva, sull’orlo di un canaletto per l’immondizia, sotto una coperta. Furono trafitti da spade e picche e i pochi superstiti, schizzati di sangue, inseguiti per i vicoli. Qualcuno si salvò: non c’erano femmine, tra loro.
Indifferenti a quanto avveniva alle loro spalle, i capi incitavano la truppa.
“Avanti, fratelli della costa!” gridava De Grammont, agitando la spada.
“Avanti! Morte agli spagnoli! Viva la filibusta!” gli faceva eco Van Hoorn.
Nei ridotti, ai margini della città, de La Caleta e del Polverín, i difensori non fecero nemmeno in tempo a caricare i cannoni. Furono sommersi dai pirati, che li sgozzarono dal primo all’ultimo. Amante delle cerimonie, Vanferton fece issare sul Polverín la bandiera nera con lo scheletro. Allora tutti seppero che Veracruz era presa. Del resto, bastava l’odore acido e sgradevole del sangue, proiettato dal vento per miglia attorno, a farlo capire.
Le campane della cattedrale de La Asunción suonarono a martello quando ormai era troppo tardi. Poco dopo tacquero.
Il cavaliere De Grammont si era insediato nel palazzo del Cabildo, e sedeva all’estremità di un lungo tavolo, bevendo le coppe di vino che uno schiavo gli versava da una caraffa d’argento. Non era ubriaco. Lui non si ubriacava mai, per quanto alcol ingurgitasse. Solo, la sua espressione era più severa e concentrata del solito.
“Hai fatto quanto ti ho ordinato?” chiese a Lorencillo, ritto di fronte a lui con il cappello piumato in mano.
“Sì, capitano. I ricchi della città sono stati concentrati nella cattedrale, e la chiesa è stata minata con barili di polvere da sparo su tutti i lati. Adesso li stiamo torturando, due o tre alla volta, di fronte agli altri prigionieri.”
“I magazzini?”
“E’ in corso il saccheggio. Tanto oro, alla Tortuga, non era mai arrivato.”
“E i preti?”
“Molti preti e frati li abbiamo uccisi, signore. I superstiti li abbiamo rinchiusi con i ricchi. Il parroco è stato costretto a salire sul pulpito e a chiedere agli ostaggi i 790 mila pesos di riscatto. Devo dire che si è dimostrato eloquente, prima di svenire. Gli avevo tagliato io stesso le mani. Adesso dev’essere morto dissanguato.”
De Grammont vuotò la sua coppa e si umettò le labbra con la punta della lingua. “Avuti i soldi, voglio un trattamento particolare per gli inquisitori. In pratica per i domenicani e i francescani. Anche i gesuiti, se ce ne fossero.”
“Non ce ne sono.”
“Meglio così. Che nessuno degli altri muoia tranquillo. Devono soffrire a lungo, quanto le loro vittime… Ci sono suore?”
Lorencillo ebbe uno sguardo malizioso. “Parecchie. Alcune sono carine. Volete che ve ne porti una, capitano?”
De Grammont picchiò la coppa sul tavolo. Uscì qualche goccia di Amontillado, che gli macchiò i polsini candidi e ricamati. Fissò sul subalterno occhi di fiamma. “Mi prendi per un porco, pezzo di imbecille?” Attese che Lorencillo abbassasse lo sguardo e continuò: “Delle suore si occupi la ciurma. Che nessuna sia ancora vergine, quando cadrà la notte!”
Lorencillo era intimidito, però, la testa china, sussurrò: “Capitano, la maggior parte di quelle donne sono anziane. Non so se gli uomini saranno abbastanza eccitati da…”
Lo sguardo di De Grammont si fece ancora più freddo. “La verginità si può togliere con altri mezzi. Bastoni, spade. Se i nostri sono fiacchi, si può costringere qualche prigioniero a prenderne il posto… Purché la morte sia orribile, peggiore di quella dei maschi. Mi hai capito, idiota?”
“Certo, capitano” sussurrò, umile, il mulatto. Un’idea improvvisa dovette folgorarlo, perché si rizzò, gli occhi neri luccicanti. “In città ci sono dei lebbrosi, che gli spagnoli volevano trasbordare su un’isola vicina. Potremmo unire le suore stuprate al loro branco. Di morti più tremende non ne conosco.”
“L’idea è buona… Dove sono, questi lebbrosi?”
“In uno dei magazzini del porto. Las Botegas, in spagnolo. Di solito vi si mettono gli schiavi negri. Stanzette persino più soffocanti delle celle dell’Inquisizione, a San Juan de Ulúa.”
De Grammont emise un rutto leggero, sconveniente per un gentiluomo. “L’idea è eccellente, Lorencillo. Lebbrosi e suore chiusi assieme. Ci libereremo di un intero fardello di canaglie… Ora va’, torna in chiesa. Magari, a quest’ora, la nobiltà ha trovato il denaro per pagarci il riscatto.”
Lorencillo fece volteggiare per due volte il cappello piumato, mentre si piegava in avanti. “Eseguo subito, capitano.”
Mentre usciva dalla sala, notò con la coda dell’occhio Michel De Grammont piegare il capo e asciugarsi gli occhi nel polsino ricamato. Certamente pensava alla sorella perduta.
Il mulatto pensò tra sé: “Ma guarda! Il capitano piange!”
Rosario de Córdoba y Zúiñiga, nella cattedrale, tremava di paura e cercava di frenare la nausea che l’odore ferroso del sangue le suscitava. Aveva già vomitato diverse volte, e la veste da suora domenicana che il padre le aveva imposto di indossare, nel tentativo di salvarle la vita, era tutto imbrattato.
Non sapeva dove fosse ora don Luís Bartolomé. Forse in quella stessa chiesa, in cui la folla era tanto fitta che alcuni prigionieri erano morti soffocati. Quando a Rosario erano giunte le urla dei pirati aveva cercato di lasciare la propria camera, ma la porta era chiusa a chiave. Poco dopo era accorso suo padre, trafelato, la tonaca ripiegata sul braccio. Gliela aveva lanciata. “Indossa questa, figlia mia! Fai in fretta, c’è poco tempo!” La ragazza aveva obbedito macchinalmente.
Poco dopo i pirati avevano fatto irruzione nel palazzo del Cabildo. Urlavano in francese, in inglese, in altre lingue per lei incomprensibili. La masnada schiumante aveva sommerso suo padre e lo aveva trascinato via. Rosario era stata picchiata, sospinta, sballottata, fatta ruzzolare sui ciottoli della via fino alla cattedrale. Da quel momento non aveva fatto che piangere. La veste da suora forse le aveva momentaneamente risparmiato la vita, ma non gli orrori successivi.
“Mio Dio! Mio Dio!” gemette una donna schiacciata contro di lei.
Dall’altare giungevano urla disumane. I pirati stavano scorticando un giovane aristocratico che Rosario conosceva bene, per averlo visto in molte feste: fine, sensibile e un po’ timido quando aveva avuto forma riconoscibile. Adesso era una cosa rossastra che si contorceva, irrorando di sangue tabernacolo e arredi sacri.
Rosario abbracciò la donna che gemeva, poi la guardò in viso. Doveva essere più giovane di quel che sembrava a prima vista, ma chissà quali sventure l’avevano segnata. Sicuramente era stata bellissima, con quegli occhi verdi che parevano smeraldi. Indossava una blusa curiosa, ricamata con disegni cui Rosario non fece caso. Notò solo una grande croce scarlatta all’altezza del petto.
“Calmatevi” sussurrò alla sconosciuta, la voce intorbidata dal catarro e dalle troppe lacrime versate. “Quelli della fortezza verranno a salvarci.”
In effetti, da San Juan de Ulúa proveniva a tratti il rombo dei cannoni. Solo che la città era fuori portata, e i proiettili non ne raggiungevano il centro. Quanto ai tredici velieri senza bandiera, galleggiavano distanti e quasi invisibili.
Padre Benito Alvárez, dall’alto del pulpito, agitava le braccia. La voce del veceparroco era rotta dai singhiozzi. “Buoni cittadini di Veracruz, vi prego! Date a questi signori ciò che chiedono! Fermate lo scempio!”
Appena le grida dell’uomo scorticato si calmarono, forse per dissanguamento, qualcuno gridò dal basso: “Ci hanno già preso soldi e gioielli! Cos’altro potremmo dare?”
Padre Benito fu scaraventato via da mani forti. Prese il suo posto Van Hoorn in persona, ubriaco al punto da vacillare. Il suo spagnolo era penoso. “Le vostre figlie, per esempio, e le vostre mogli!” schiumò. “Più le serve e le schiave. La mia ciurma naviga da mesi. Ha il diritto di divertirsi un poco!”
La donna dagli occhi verdi abbracciò Rosario. Trepidava da capo a piedi. “Mio Dio! Cosa ci faranno, adesso?” mormorò, con forte accento francese.
Rosario dimenticò per un attimo la propria sofferenza, e si lasciò sommergere da quella della compagna. “Signora, abbiate coraggio! Siamo in tante. Non potranno fare male a tutte.”
L’altra singhiozzava. “Dite così perché siete una suora. Vi rispetteranno. Io ho già patito molto, ma non ho mai avuto tanta paura! Chissà cosa stanno per farmi!”
La calca era spaventosa, eppure, ostacolata nei movimenti da schiene e avambracci, Rosario cominciò a levarsi la tonaca. Di natura era schiva, però stava obbedendo a ciò che la coscienza le dettava. Sussurrò alla compagna: “Spogliatevi anche voi, signora. Vestitevi da suora. Dopo, sarete più tranquilla.”
“Ma i miei abiti sono…” iniziò l’altra.
“Lo vedo, sono curiosi. Come suora verrete rispettata, e io sono un ostaggio troppo prezioso, perché mi facciano del male. Ecco, indossate la mia tonaca. Ora provo a mettere la vostra blusa.”
Nessuno, attorno, fece caso alle donne che si denudavano e si scambiavano i vestiti. Gli occhi di ciascuno erano rivolti all’altare. Il giovane scorticato era stato sospinto via, in un mucchio di morti e moribondi. Un altro giovane aveva preso il suo posto. Un pirata, armato di un coltellaccio, ne esaminava le membra, per decidere dove effettuare il primo taglio.
Un’ora più tardi, Lorencillo apparve sulla soglia de La Asunción e fece una smorfia. L’odore penetrante del sangue era insopportabile, tanto più che si mescolava al sudore di quei corpi. Il pirata avanzò di qualche passo e urlò: “Frati, preti e monache fuori di qui!”
“Siete salva!” bisbigliò Rosario alla donna cui si teneva aggrappata.
«Ma voi?”
“Non vi preoccupate.”
In realtà Rosario era sconvolta dalla paura, e respirava a fatica. Inzuppò di sudore il curioso camicione con la croce sul petto. Si era accorta che una seconda croce era ricamata sul dorso, ed entrambe erano lambite da fiamme.
Intanto Lorencillo guidava i religiosi all’uscita. Padre Benito gli si avvicinò. Reggeva nella tonaca un cospicuo mucchietto di monete d’oro, più gioielli e monili. “Sono quasi 350 mila pesos, mio signore” disse con un filo di voce. “Chi aveva qualcosa ha dato. Ora, vi supplico, fate cessare i supplizi!”
Lorencillo si reggeva bene in piedi, ma appariva evidente che era ubriaco al pari di Van Hoorn, se non di più. La voce gli uscì impastata. “E’ poco. Non basta.”
“Vi giuro, non avevano altro! Magari, se potessero tornare alle loro case…”
“Non se ne parla nemmeno. Vedo degli schiavi. Quanti sono? Gli schiavi valgono quanto la moneta.”
Il prete parve tirare un sospiro di sollievo. “Sono molti! I padroni se li sono portati dietro. Se volete ve li cerco!”
“Vai e sbrigati.” Lorencillo barcollò e si volse agli uomini della ciurma fermi sulla soglia. Fece loro l’occhiolino. “Meglio schiave che maschi. N’est-ce pas, mes braves?”
Dal gruppo, malgrado l’intontimento dovuto all’alcol, giunsero acclamazioni.
Rosario restò stupita quando don Benito, senza riconoscerla, la spinse in un gruppo di donne dalla pelle nera, destinate ai pirati. Si sforzò invano di dire qualcosa: la paura le bloccava la gola. Si trovò addosso mani avide, e respirò il fetore di fiati da avvinazzati.
Lorencillo disse al sacerdote: “Ehi, quella è una donna bianca!”
Don Benito rispose: “Però è un’eretica. Indossa la blusa dei prigionieri della Santa Inquisizione. E’ peggio di una schiava. Fatene ciò che volete.”
Rosario fu trascinata, con le altre, in una capannuccia letteralmente assediata da centinaia di pirati. Sopravvisse alle prime violenze, mentre le prigioniere di colore venivano stuprate e uccise una alla volta. Si accorse anche, quando albeggiava, che, esaurite le negre, i pirati trascinavano in quella specie di canile donne di rango, pescate nella cattedrale. Forse non uccidevano lei perché era una preda particolarmente fresca. Infine entrò Vanferton in persona, ancora ritto sulle gambe, malgrado il vino ingerito. Cercò di violentarla ma non vi riuscì. Allora impugnò la spada e le aprì il ventre.
Ciò accadde un lunedì, e nella notte che annunciava un martedì da incubo. Il sabato De Grammont decise che era ora di salpare, prima che una flotta spagnola potesse sorprendere i pirati. Il pescaggio dei tredici vascelli senza insegne si era ridotto di molto, per via delle ricchezze accumulate nelle stive. Non c’era solo oro: c’erano schiavi, a centinaia. Pesavano meno dell’oro, però valevano di più.
Per la prima volta in una settimana, De Grammont uscì dal palazzo del Cabildo. Soffiava un vento impetuoso, come sempre a Veracruz. Gli gonfiava il mantello e rischiava di strappargli dal capo il tricorno ornato da piume di pavone. Ciò accresceva il nervosismo di cui era sempre preda.
Davanti al cavaliere avanzava a passetti rapidi Lorencillo, allampanato e servile. Cercava di fargli da guida. “Quello è il palazzo dell’Inquisizione, capitano.” Il mulatto indicò una costruzione leggiadra, a due piani. “In realtà serve solo da tribunale. Le celle sono nella fortezza.”
De Grammont lanciò al subalterno un’occhiata severa. “Perché non hai ancora fatto bruciare questa immondizia papista? Sei per caso ancora cattolico?”
Lorencillo si affrettò a scuotere il capo. “No di certo, capitano! Il fatto è che lì abbiamo rinchiuso suore, preti e lebbrosi. Se salpiamo stanotte, darò fuoco al fabbricato.”
“Vedi di non dimenticartene.”
Il cavaliere si stava allontanando quando una voce femminile lo fece voltare di scatto. Gli parve che lo avesse chiamato “Michel!”. Il vento era forte, però non alterava un’intonazione disperata.
Fu inutile scrutare le finestre. Le grate di ferro erano fitte, e oltre non si vedeva nulla.
De Grammont afferrò Lorencillo per l’avambraccio. Parlò con timbro alterato. “Hai udito qualcosa? Una voce femminile che mi chiamava per nome?”
Il mulatto fece un cenno di diniego. “Nulla, capitano. Là dentro ci sono solo morti viventi. Forse è meglio che li faccia scaricare in mare.”
Di nuovo De Grammont udì nitidamente una voce. “Michel! Aiutami!”
Questa volta Lorencillo non poté negare di averla sentita. “L’edificio è pieno di pazzi, cavaliere! Molte religiose non hanno resistito al fatto di perdere la verginità a quel modo, e poi di trovarsi esposte alla lebbra. Vi conoscono per nome. Adesso piangono come vacche al macello.”
“Porta le suore catturate davanti a me” scandì De Grammont, irrigidito. “Le suore. Non i preti né i frati.”
Lorencillo cercò di ribellarsi a un ordine che, con molta probabilità, gli appariva pazzesco. “Signore, non volevate partire in fretta? Ciò che mi chiedete comporta una gran perdita di tempo!”
Lo sguardo di De Grammont fu crudelmente espressivo. Il gentiluomo non disse una parola. Lorencillo sembrò perdere statura. Chinò il capo e si affrettò a eseguire.
Nell’attesa, il cavaliere gettò un’occhiata su ciò che poteva vedere di Veracruz. La città “imprendibile” stava bruciando. Filibustieri coperti di sangue dalla testa ai piedi ondeggiavano sotto carichi d’oro. Al centro dei viottoli, le cunette convogliavano liquame tinto di rosso.
Da San Juan de Ulúa si continuava a sparare, a intervalli di un’ora circa, e le palle finivano in acqua o affondavano le barche da pesca allineate lungo il molo. Era una protesta platonica. La guarnigione, dopo una settimana di tentennamenti, non aveva la minima intenzione di tentare uno sbarco. Scrutava l’orizzonte in attesa di soccorsi.
De Grammont si sentì vacillare, mentre fissava gli occhi verdi della sorella. Le suore attorno non le vide nemmeno. Erano creature miserabili, che faticavano a tenersi in piedi. Le più giovani avevano sulla tonaca larghe macchie di sangue all’altezza del ventre. Alcune erano completamente nude, e rabbrividivano per il freddo. Le poche cha avevano ancora lacrime le versavano. Non si lamentavano, però. Alle troppo loquaci i pirati avevano tagliato la lingua.
“Ti credevo morta” bisbigliò De Grammont, quando poté parlare.
Ci volle un poco perché Claire rispondesse. “C’è stata una grazia del re di Spagna. Mi hanno condannata a portare le croci e a servire in convento.”
“Quanto devi avere sofferto!”
Lo sguardo della donna, fino a quel momento spento, si animò un poco. “Mai quanto per mano tua.”
De Grammont abbassò gli occhi e notò le macchie di sangue sulla veste bianca. Soffocò una specie di singhiozzo. Fece un gesto in direzione di Lorencillo. “Accompagnala sulla Hardi” gli disse.
“No! Lui no!” esclamò Claire, con la poca voce che le rimaneva.
“Perché?”
“E’ stato lui! Con un coltello…”
Lorencillo, imbarazzato, fece un inchino. “Obbedivo ai vostri ordini, capitano.”
“Accompagnala a bordo.” La voce di De Grammont era tanto roca da essere irriconoscibile.
I pirati lasciarono Veracruz con le navi cariche d’oro e di schiavi. La città alle loro spalle era un cimitero. Vi fu una breve sosta nella Isla de los Sacrificios, per negoziare il riscatto del governatore e degli altri ostaggi, poi la flotta riprese il mare in direzione della Tortuga. Era il 29 maggio. Poche ore dopo le vele di don Diego Saldívar, ammiraglio di Spagna, furono visibili dagli spalti di San Juan de Ulúa.
Lorencillo era adesso al comando di un brigantino. Sostituiva un comandante ucciso, ma in realtà era stato un pretesto di De Grammont per levarlo di torno.
Quanto al cavaliere, aveva ceduto la propria cabina alla sorella. Ogni mattina e ogni sera scendeva a salutarla, sebbene lei rifiutasse di parlargli. Entrava silenzioso, accigliato peggio di prima, e la baciava sulla fronte. Aveva notato le ulcere sulla pelle di lei, ma fingeva di ignorarle. Claire, immobile, lo sguardo spento, lasciava fare.
Al decimo giorno di navigazione, quando Michel la baciò, la carne dello zigomo si staccò e scoprì un frammento d’osso. Il medico di bordo, il dottor Exquemeling, fu chiamato d’urgenza. Esaminò la ferita, che non sanguinava, e allargò le braccia.
“E’ lebbra. Alla lebbra non c’è rimedio. In questo caso, poi, sembra agire molto rapidamente.”
Da quel momento, De Grammont passò parte delle sue giornate seduto di fronte alla sorella, le mani sulle ginocchia, senza dire una parola. Vide la carne della donna squamarsi, le guance cadere in lembi, i tessuti corrodersi. Arrivato alla Tortuga, accompagnava per mano, mentre metteva piede sul molo, una specie di scheletro in abito bianco. Ogni due passi doveva sorreggerla. Era un miracolo che le poche cartilagini che tenevano assieme l’ossatura di Claire la sostenessero ancora. Di vivo, in quella marionetta dinoccolata e sofferente, restavano gli occhi, opachi ma di un verde che colpiva.
Van Hoorn, una volta tanto lucido, fu il primo a togliersi il cappello e a inchinarsi di fronte alla coppia. I pirati, normalmente insensibili, fecero ala e lo imitarono. Qualcuno, pudicamente, pensò bene di ammainare la bandiera nera con lo scheletro bianco: non era di buon gusto, in quel momento. Lorencillo cercò di sparire tra la sua ciurma.
Il governatore della Tortuga, il marchese Philippe Louvillers De Poincy, aspettava sotto il sole in cima a una collinetta, circondato dai suoi pochi funzionari. Il conquistatore di Veracruz non fece in tempo a raggiungerlo. Gli occhi di Claire si staccarono dalle orbite a ruzzolarono sul sentiero. Un istante dopo, lei, dopo un breve gemito, si disfece letteralmente. De Grammont si trovò a stringere nella mano un moncherino, con ai piedi un fetido mucchio d’ossa putride, brandelli di carne e grumi di sangue.
Uno degli ufficiali di Lorencillo sussurrò all’orecchio del suo capo: “Chi l’avrebbe mai detto? De Grammont che lacrima come un bambino! Lo avete mai visto così?”
Il mulatto si girò a contemplarlo con furore. Gli disse, la voce bassa, carica di minaccia: “Taci! Altrimenti ti sbudello!”
Subito dopo, però, si allontanò a larghi passi dalla calca. Stava per calpestare qualcosa ma trattenne all’ultimo istante lo stivale. Si trattava di un occhio verde, imbrattato di sabbia.
Il cavaliere de Grammont trovò la forza di lasciare il moncherino e di salutare il governatore. “Marchese” disse con voce appena percettibile, che pareva provenire dall’oltretomba, “vi prego di autorizzarmi a partire al più presto per una nuova spedizione. Sarà l’ultima.”
De Poincy si limitò a dire, senza porgergli la mano: “Vi autorizzo.”
Aveva certo notato le lesioni sul viso di De Grammont, e la piaga rossastra che il capitano aveva sul collo.
di a.fognini | 31 Gennaio, 2010
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DELITTI E CANZONI
di e con FABRIZIO CANCIANI e STEFANO COVRI
con la partecipazione straordinaria di
Ricky Gianco, Leonardo Manera e Renzo Magosso.
Venerdì 5 febbraio 2010 - ore 21 - Spazio Tadini - Via Jommelli 24 Milano
- uno spettacolo di teatro canzone, ma non solo
- un talk show, ma anche qualcosa in più
- cabaret musicale a tinte gialle, ma non basta
- un libro e un Cd, d’accordo
- una fusione tra giallo, canzone, cabaret, racconto, blues, fumetto, eccetera.
- un book-show, perchè no?
- un concept, un format, una performance, chiamatela come volete
in ogni caso….. siete tutti invitati, fate parte del progetto,
come vittime naturalmente…
di a.fognini | 29 Gennaio, 2010
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“Sono Fred, dal whisky facile”
Cinquant’anni fa, il 3 febbraio 1960, moriva a meno di 40 anni per un incidente stradale a Roma il cantante Fred Buscaglione. L’artista, che ha segnato una svolta nella musica leggera italiana, rivivrà ora con le sue canzoni e la sua vita in Sono Fred dal whisky facile, uno spettacolo che andrà in scena al Teatro Duse di Bologna il 3 febbraio 2010. Franz Campi, nel ruolo di Fred Buscaglione, insieme a Barbara Giorgi, ripercorrerà la storia del popolare cantante. Saranno proposte le più celebri canzoni di Fred come Che bambola, Che notte, Eri piccola così, Teresa non sparare, Guarda che luna, Noi duri, Il dritto di Chicago… Ma anche brani divertenti e meno conosciuti come Giorgio del Lago Maggiore dove si parlava di “Chianti, risotto e polenta”… Dopo Bologna, lo spettacolo prodotto da Rino Maenza per Medianova con i testi di Eros Drusiani e Rino Maenza, e la regia di Eros Drusiani, andrà in tour in altre piazze. E diventerà un cd e un dvd. Questa in sintesi la trama dello spettacolo che verrà portato in scena: in Paradiso sta per cominciare uno spettacolo molto particolare. Si celebrano i cinquant’anni in cielo di Fred Buscaglione, insolito e geniale artista, tuttora ricordato e amato anche sulla Terra. A condurre lo spettacolo è una cantante – attrice che, con l’aiuto di ottimi musicisti, ha il compito di ripercorrere i momenti più significativi della carriera e della vicenda umana di Buscaglione. Ecco allora la giovinezza a Torino, gli studi al Conservatorio, le prime esibizioni nei piccoli locali della città, l’incontro con l’amico e geniale paroliere Leo Chiosso, e poi la guerra, la prigionia, l’America, la musica jazz e l’incontro con Fatima, la donna della sua vita.. Infine il successo, le notti bagnate dall’alcol e la tragica fine: uno scontro alle sei e mezzo del mattino con la sua Thunderbird rosa confetto contro un camion carico di tufo. Si ricorderà l’Italia, stremata e lacerata, che esce dalla guerra e ritrova la voglia di vivere e l’America, più sognata che reale, popolata di gangster e duri alle prese con bionde platinate e fatali. Il tutto recitato e raccontato con grande ironia e leggerezza proprio come lo stesso Fred Buscaglione faceva nei suoi concerti, nei suoi film e nelle sue strepitose apparizioni televisive. Il cast è composto da uno straordinario Franz Campi nei panni di Fred Buscaglione, dalla bravissima Barbara Giorgi, co-protagonista perfetta, e da un gruppo (Luca Matteuzzi, pianoforte; Stefano Moretti alla tromba; Ernesto Geldes Illino, batteria; Luca Cantelli, contrabbasso; Marco Matteuzzi, sax e clarinetto) rigoroso nella proposta musicale ma pronto anche allo scherzo, alla battuta e alla gag. Un recital che da una parte vuole rendere omaggio all’arte e alla simpatia di Buscaglione ma che dall’altra ha un proprio respiro, una propria originalità. Uno spettacolo prodotto da Medianova, diretto da Eros Drusiani, firmato da Rino Maenza ed Eros Drusiani, dove si ride e ci si commuove e che coinvolge lo spettatore con una storia che sembra essere stata scritta proprio per il cinema e il teatro, ovvero, la vita e l’arte di Fred Buscaglione.
di a.fognini | 25 Gennaio, 2010
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NEBBIAGIALLA SUZZARA NOIR FESTIVAL
Tre giorni all’insegna della cultura in una dimensione familiare, quella di una piccola cittadina come Suzzara, in cui gli scrittori, tra presentazioni, tavole rotonde, workshop di scrittura creativa, aperitivi e il tradizionale pranzo con l’autore, racconteranno i loro romanzi e si confronteranno con i lettori.
E a fare il punto quest’anno saranno: Davide Barilli, Antonella Beccaria, Matteo Bortolotti, Massimo Carlotto, Donato Carrisi, Alfredo Colitto, Andrea Cotti, Adamo Dagradi, Patrizia Debicke, Enrico Franceschini, Paolo Grugni, Giulio Leoni, Simona Mammano, Adele Marini, Roberto Mistretta, Gianluigi Nuzzi, Marilù Oliva, Santo Piazzese, Paolo Roversi, Simone Sarasso, Gaetano Savatteri, Massimo Smith, Stefano Tura, Roberto Valentini e Valerio Varesi.
Il NebbiaGialla nasce con l’obiettivo di conciliare la passione per intrighi e delitti con le atmosfere e le storie di paese, l’amore per il mistero con gli umori e i sapori della Bassa. La terra di Guareschi e Zavattini, del Po, la città del Premio Suzzara con le sue tradizioni, gastronomia e le caratteristiche ambientali come la nebbia, da cui appunto il nome alla rassegna. In quattro anni per le vie e le piazze di Suzzara sono passati tanti nomi della letteratura di genere: da Marcello Fois a Loriano Machiavelli, da Alan D. Altieri a Grazia Verasani, da Francesco Abate a Bruno Morchio, e poi ancora Margherita Oggero, Patrick Fogli, Gianni Mura e tanti altri.
Dall’Italian thriller al giallo storico, dall’Emilia di sangue al nero siciliano, dai misteri italiani e vaticani agli investigatori atipici: l’Italia criminale di ieri e di oggi raccontata dai grandi nomi della letteratura noir. Quest’anno un’attenzione particolare è stata rivolta ai bambini e ai ragazzi: in programma l’incontro A scuola con l’autore e il laboratorio Pomeriggio con detective, per spiegare ai più piccoli il lato oscuro dei nostri tempi attraverso percorsi ludici e formativi.
Per informazioni:
Paolo Roversi, direttore del Festival: roversi@nebbiagialla.it
Romy Tasca, responsabile dell’organizzazione: romy.tasca@comune.suzzara.mn.it
Sito internet: http://www.nebbiagialla.it
Caporedattore MilanoNera Mag
Via Galvani, 24
20124 Milano
346 3320671
http://issuu.com/milanonera
di a.fognini | 22 Gennaio, 2010
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Riconquista di Mokha e lettera da Costantinopoli
Chi ha seguito sabato scorso le performance live di Wu Ming 1 e Wu Ming 4 ai microfoni di “Tutti i colori del giallo” assieme alla Maxmaber Orkestar aveva saputo in anteprima che sul nostro blog sarebbe apparso un inedito che avrebbe dovuto fare parte di “Altai” ma non è sopravvissuto ai loro match di rilettura letteraria. Wu Ming 1 vi spiega qui di sotto i suoi sviluppi, buona lettura e buon viaggio
Le galee del sultano giunsero in vista di Mokha sul far della sera. L’alito del monsone gonfiava le vele di un’aria viscosa, pesante come una tunica intrisa d’acqua bollente.
Sulla riva, una striscia di muri bianchi affiorava appena dalla sabbia, tra il mare accaldato e lo sfondo di montagne da cui erano scesi i ribelli.
Le notizie in possesso dell’ammiraglio dicevano che la città si era arresa senza colpo ferire. Gli abitanti avevano rifiutato di combattere, la guarnigione ottomana era fuggita e i mercanti indiani avevano spinto le loro feluche in Abissinia, sull’altra sponda del Mar Rosso.
- Siamo a mezzo miglio, pasha - avvisò il bombardiere - Dove volete colpire?
L’ammiraglio srotolò una mappa e scrutò ancora la costa. Mocha non aveva né porte né bastioni. Le bande zaydite se l’erano presa passeggiando, con la complicità di una popolazione imbelle. Entrambe avrebbero conosciuto presto il prezzo del tradimento.
Nello schizzo, gli edifici armati di artiglieria erano soltanto tre.
- Il palazzo del bey è troppo vicino alla moschea. - disse indicando la verticale del grande minareto - Puntate a babordo, il torrione isolato.
Dal castello di prua, l’ordine rimbalzò fino ai banchi dei rematori e la galea virò in posizione di tiro.
Il servente ripulì con lo scovolo la colubrina centrale. Le infilò in bocca l’involto della carica, una palata di segatura e sei colpi di calcatoio per pressarla a dovere. Poi sollevò una palla da settanta libbre e la fece rotolare nella canna di bronzo. Versò nel focone il polverino di innesco, accese la miccia in fondo all’asta buttafuoco e attese.
- Alzo quattro - ordinò il bombardiere mentre si faceva consegnare lo scettro incandescente. Nel frattempo, altri cinque serventi ripetevano le stesse operazioni con i pezzi di calibro inferiore.
- Fuoco! - gridò l’ammiraglio.
L’esplosione disperse un branco di delfini ed eccitò i gabbiani. La colubrina rinculò sul ponte e arrestò la sua corsa contro l’albero maestro. Quando il fumo si dileguò, il torrione bersagliato apparve saldo al suo posto. Gli altri cannoni erano già pronti a tirare, ma dalla città non venivano risposte: né sparate, né gridate, né altro.
L’ammiraglio intimò al bombardiere di tenersi pronto, poi ordinò di spingersi sotto costa e puntare il molo.
A un tratto, oltre la cappa di afa, polvere e sale, gli apparve il miraggio di un vessillo, schiaffi rossi contro il vento, sopra il tetto più alto del palazzo governativo. Poiché non era più tanto giovane e la vista gli faceva difetto, chiese aiuto al secondo.
- Capitano, la vedete anche voi quella bandiera?
L’altro annuì.
- E sapreste riconoscerla?
Il capitano si sporse dalla murata e affilò gli occhi. Tre mezzelune dentro un’ovale verde in campo rosso.
- Si direbbe, non so, però, beh, è impossibile, non…
- Dunque?
- Si direbbe la bandiera del sultano, pasha. La nostra bandiera.
Il vecchio è seduto al tavolo e scrive. Dalla finestra entra ancora abbastanza luce, le lampade sono spente. Terminato il foglio, lo impila sul mucchio alla sua sinistra: è alto almeno un palmo, dieci anni di memorie per ogni dito della mano. Carte consunte, cicatrici di inchiostro, scritte in un latino ormai logoro che il vecchio rattoppa con termini turchi, arabi, tedeschi, veneti. San Girolamo e Sant’Agostino non riconoscerebbero la loro lingua d’elezione.
Stende davanti a sé una nuova pagina, raddrizza la schiena e intinge la penna.
- Arrivano - dice una voce alle sue spalle - Cosa dobbiamo fare?
E’ Ali. Il vecchio non lo ha nemmeno sentito salire. Gli anni e la salsedine gli stanno rovinando l’udito. Si gira, le dita a carezzare la barba bianca.
- Quanti sono?- domanda in arabo.
- Otto galee.
- Bene. Fai chiamare la gente. Andiamo ad accoglierli alla dogana.
Ali sta per rispondere, ma un boato distante spezza la conversazione. I due restano in attesa, immobili, come statue di carne. Rumori di crollo erompono dalla finestra.
Il vecchio si alza, vincendo una fitta alle reni. Si affaccia di sotto e vede a trenta passi il tetto sfondato di una casa, sotto la torre di guardia.
- E’ il tiro d’ingaggio - sentenzia. - Se non rispondiamo, non sparano più. E’ la regola.
Torna allo scrittoio e ripone il manoscritto in una grande sacca di pelle. Afferra il bastone d’ebano appoggiato alla sedia e, aiutandosi con quello, cammina dietro ad Ali che già lo precede sulle scale.
C’erano almeno duemila persone, schierate di fronte all’arco che dal molo introduceva in città. Donne velate con lattanti in braccio, vecchi raggrinziti nelle vesti bianche, bambini nudi dalla testa ai piedi. Uomini e ragazzi avevano tutti una guancia sporgente, gonfia di foglie eccitanti, e portavano in cintura un pugnale ricurvo, più simile a un ornamento che a un’arma pericolosa. Gli unici giovani dall’aspetto marziale stavano allineati in prima fila, una trentina di arabi, indiani e africani, con solo una futa allacciata ai fianchi.
Davanti a loro, un vecchio dall’aria solenne, la testa avvolta nel turbante.
L’ammiraglio si avvicinò, seguito dai capitani delle galee. Giunto di fronte al vecchio, lo scrutò da capo a piedi come un cammello da acquistare.
- Dunque è vero - disse alla fine - Voi siete…
- Ismail al-Mukhawi - lo anticipò l’altro - Benvenuto a Mokha, pasha.
- Una spia ci aveva avvertiti che eravate rimasto in città con i vostri uomini e che gli zayditi non osavano toccarvi. Avete dunque liberato Mokha da solo?
- Se ne sono andati di notte, appena hanno saputo del vostro arrivo. Non c’è stato bisogno di combattere.
- E mesi fa, quando arrivarono? - ora la voce dell’ammiraglio tremava di indignazione - Nemmeno allora ce ne fu bisogno?
Il vecchio allargò le braccia, come per cingere la città e la sua gente
- Mokha non ha difese, i ribelli erano migliaia. Nessuna resistenza li avrebbe trattenuti.
- Resta il fatto che il capitano dei giannizzeri ordinò agli abitanti di rispondere all’attacco e non venne ascoltato.
Ismail si appoggiò una mano sul petto.
- La responsabilità è mia. Promisi a questa gente che gli zayditi non avrebbero fatto loro alcun male. Il corso degli eventi mi diede ragione.
- Niente affatto! - ruggì l’ammiraglio - Voi siete un mercante, pensate agli affari, e i ribelli delle montagne non vi sembrano veri nemici, perché producono il caffè che vi sta tanto a cuore. Io invece sono un uomo d’armi, ragiono in un’altra maniera. Chi non combatte i nemici del sultano è un traditore e come tale va trattato.
- Se fossimo nemici non saremmo qui ad accogliervi, pasha.
- Accogliermi? Per quel che mi riguarda, voi siete qui in segno di resa!
- Anche un vecchio come me può vedere che sul palazzo del bey non sventola bandiera bianca, ma il vessillo del sultano. E se è tornato al suo posto, non è certo grazie al governatore.
L’ammiraglio ebbe uno scatto di rabbia, si voltò e diede ordine ai suoi di caricare gli archibugi e tenersi pronti con gli archi.
I giovani alle spalle del vecchio portarono le mani in cintura, come per slacciarsi la futa. Un attimo dopo ciascuno teneva in pugno una pistola e nell’altra mano un flagello di grosse strisce metalliche, lunghe quanto un uomo. Dietro di loro, nello stesso istante, un centinaio di lame uscirono dai foderi.
L’ammiraglio sguainò la spada e avanzò, fino a trovarsi faccia a faccia col vecchio.
- Ringraziate Yossef Nasi - gli disse tra i denti - Se non fosse che lo rappresentate, vi farei pentire di non aver combattuto quand’era tempo.
Fece due passi indietro e alzò il braccio armato: - Fate largo, adesso! - ordinò con un grido. A un cenno del vecchio, la folla si divise in due ali e lasciò che le truppe giunte da Costantinopoli entrassero in città.
Le uniformi sfilarono, accompagnate solo dalla sabbia e dal rumore dei sandali sulla terra battuta.
[...]
Calò la notte e gli uomini di Mokha si radunarono per cantare, fumare e raccontare storie, sullo spiazzo polveroso davanti ai magazzini di Jussef Nasi, Signore di Tiberiade, Duca di Nasso e delle Sette Isole. Le tazze passavano di mano in mano, colme di qishir, l’infuso bollente preparato con i gusci secchi delle bacche di caffè e i semi del cardamomo. Nella città famosa in tutto l’Impero per il kahve, il liquido nero era riservato al risveglio, per pulire la testa dai sogni o per farli emergere più nitidi dal torpore. Soltanto i mistici sufi lo bevevano in qualunque momento della giornata e Ismail, frequentando il loro monastero, aveva preso la stessa abitudine, ogni volta che doveva riflettere.
I festeggiamenti si tenevano proprio sotto la sua finestra, ma il vecchio aveva preferito la compagnia della lettera appena arrivata. Era scritta in fiammingo, il che lo costringeva a rileggere interi passaggi, per essere certo di averne afferrato il senso. La voce profonda del cantastorie si insinuava tra una frase e l’altra.
Nato in remote montagne, un fiume solcò molte regioni e giunse infine alle sabbie del deserto. Provò a superarle, ma più cercava di avanzare, più le sue acque si perdevano.
Il vecchio si alzò con il foglio tra le mani, nella speranza che camminare lo aiutasse a concentrarsi, ma il ginocchio, gonfio d’artrosi, lo costrinse a zoppicare su altri pensieri.
Arriva l’Estate, si disse, stringendo la rotula tra le dita, l’Estate umida di Mokha. Accusò il luogo e la stagione, ma sapeva fin troppo bene che la mano della vecchiaia avrebbe finito per schiacciarlo, Estate o Inverno che fosse, anche nei rifugi più salubri dell’Impero. Prima di quell’istante, però, c’erano ancora la vita, i ricordi ossessivi e progetti sempre più sfumati.
Fu allora che una voce nascosta mormorò:
“Se ti lanci nel solito modo, il deserto non ti permetterà di attraversarlo. Potrai solo sparire o diventare uno stagno.”
La lettera di Gracia non era la solita, quella che arrivava puntuale ogni anno, insieme alle navi di Yossef cariche di stoffa e legname. Non conteneva lunghe riflessioni sul senso delle cose, resoconti di mille attività, domande rituali ed altre più sincere. Gli unici elementi comuni erano la firma e la lingua di Anversa. Per il resto, le molte domande si riducevano a una sola: torna, il prima possibile. Le notizie si raggrinzivano anch’esse in poche parole: sono malata, sto morendo.
“II vento attraversa il deserto; il fiume può fare altrettanto, se permette al vento di trasportarlo”
Anche Yossef gli spediva lettere ogni anno. La superficie delle frasi diceva: mi manchi, bramo la tua saggezza, saresti più utile al mio fianco, come ai vecchi tempi. Ma l’appello era sempre meno sincero e la retorica, sempre meno curata. Ismail scorreva i fogli con gli occhi, non leggeva davvero. Accettava i doni che li accompagnavano, i distribuiva. Il vero messaggio che gli arrivava da Istanbul era molto chiaro. La Città del Caffè era il luogo giusto per lui.
L’invito di Gracia invece era sincero, appassionato, come lo era il suo desiderio di riabbracciarla e di assecondarne le ultime volontà.
Allora il fiume innalzò i suoi vapori verso le braccia accoglienti del vento, che li sollevò e li portò a Oriente, lasciandoli ricadere come neve sulla cima…
Il vociare che faceva da bordone al racconto crebbe fino a sovrastarlo, poi si spense improvviso. Un grido in turco interruppe il cantastorie.
- Tornate alle vostre case, ordine dell’ammiraglio. Niente raduni dopo il calar del sole.
Si udirono proteste in arabo, maledizioni, goffi tentativi di parlamentare nella lingua dei soldati. Dal tono delle voci, Ismail comprese che non ci sarebbero stati incidenti. Non quella sera.
Ripensò alle parole della storia. Era un parabola sufi, l’aveva udita molte volte, in molte diverse varianti e conosceva il finale: al tempo del disgelo la neve si scioglieva e il fiume tornava ad essere sé stesso.
Quella era stata la sua vita, per molti anni. Lasciarsi portare dal vento oltre le sabbie e ricominciare a ogni pioggia. Ora non temeva più di trasformarsi in palude, e dare acqua al deserto gli sembrava altrettanto nobile che correre tra gli argini e irrigare la pianura. O forse era così che gli piaceva credere, ma in realtà erano le sue orecchie ad essersi assordate, e la voce del vento non erano più in grado di avvertirla.
Sia come sia, non poteva tornare subito a Istanbul, e non era soltanto il monsone a impedirglielo.
Ripiegò la lettera e incominciò a spogliarsi per andare a dormire.
Le sabbie di Mokha avevano ancora bisogno di acqua.
di a.fognini | 19 Gennaio, 2010
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