La bandiera sventola ancora
Dal 27 dicembre 2011, in memoria della giornata del 1947 nella quale venne promulgata la Costituzione, sarà disponibile on line il videoclip della canzone “La bandiera“, realizzato dal gruppo musicale genovese Altera, che di fatto “chiude in rock” le Celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Il logo ufficiale del 150° apre il video (in parte girato al Museo del Risorgimento/Mazziniano di Genova), con il Patrocinio dell’Associazione Nazionale “Sandro Pertini” (Firenze) e la collaborazione del Centro Studi – Archivio Pier Paolo Pasolini c/o la Cineteca di Bologna e di Mneo Archivio Italiano della Memoria www.mneo.tv. Il giovane regista Pietro Barabino (classe 1988) e la band genovese (all’attivo “Canto di spine – versi italiani del ‘900 in forma canzone“, album dedicato alla poesia “cantata”, con Alda Merini semisvestita in copertina ed ospite insieme a Mario Luzi, Alessandro Quasimodo, Raffaele Crovi, Paolo Fresu, “Freak” Antoni, Franz Di Cioccio, Manuel Agnelli, ed altri membri di noti gruppi rock italiani), hanno realizzato un videoclip low budget ma ricco di spunti e di idee, un omaggio alla Memoria del nostro paese ed alle figure di Pertini e di Pasolini. Protagoniste le immagini in uno struggente B/N di repertorio (la Liberazione, piazza Fontana, ecc.), che diviene “colore”… virato “al nero” (Ustica, Capaci, ecc.)… fino alle voci “storiche” di S. Pertini (in veste di Comandante partigiano e di Presidente), di P. P. Pasolini mentre parla della società dei consumi (citato anche con la frase “…in un paese orribilmente sporco…“). La nostalgia per le due figure (le “assenze” più dolorose nell’italia odierna”, secondo la band), legano i 6 minuti di una canzone (testo di S. Bruzzone, musica di Davide Giancotti), che omaggia il tema musicale dell’inno nazionale e si fa ruvida a metà del suo scorrere, quando tocca gli argomenti dell’immigrazione, dello stragismo, del rapporto nord sud nel paese. ”Comandante partigiano… ho visto la tua bandiera, verde bianca rossa… diventare nera...” è la porzione di un dialogo amaro, immaginario, con il “Presidente di tutti gli italiani”, sull’Italia di ieri e… di oggi. L’ultima immagine del filmato, le impalcature per il rifacimento della facciata di un palazzo, rivestite con i colori della bandiera, mostrano quello che per la band è lo stato attuale dell’Italia: un enorme edificio che si sta “sgretolando”. Il 27 dicembre, una data non casuale: dal 27.12.1796 si riunirono in congresso a Reggio Emilia i 110 delegati della stessa Reggio, nonchè di Bologna, Ferrara e Modena, per decretare la costituzione della Repubblica Cispadana; Giuseppe Compagnoni (per questo ricordato come “Padre del Tricolore”), propose di adottare una bandiera verde, bianca e rossa, il primo vessillo italiano. Il 27.12.1947 il Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola promulga la Costituzione della Repubblica Italiana. Lo stesso giorno sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.
La canzone “La bandiera”, scritta nel 1998 ma ad oggi inedita e straordinariamente attuale, costituisce anche l’anteprima del nuovo progetto Altera, un album con brani a tema dal provocatorio titolo “Italia sveglia! - appunti per destare un paese Pt. 1“, in uscita a febbraio 2012 in in collaborazione con “ErnyalDisko”. L’album (che uscirà in download, cd e vinile a tiratura limitata curato dall’artista contemporaneo e scenografo teatrale Enrico Musenich), appoggia la Campagna di Cittadinanza “L’Italia sono anch’io“ www.litaliasonoanchio.it. La bandiera” è stata finora suonata dal vivo solo in poche occasioni specifiche (25 Aprile alla Sala Chiamata del Porto GE, in Austria ad Ebensee, sottocampo di Mauthausen, nel Campo di Concentramento di Fossoli di Carpi MO, ecc.). Per altre notizie sulla band che fu ospite anche a “Tutti i colori del giallo” durante uno speciale Capodanno di Radiodue vi rimandiamo al sito www.gruppoaltera.com
di a.fognini | 1 Febbraio, 2012
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Il ritorno di Frankenstein
Di Luca Crovi
Fra i personaggi della letteratura gotica internazionale sicuramente la Creatura di Frankenstein si è meritata un posto di meritato rispetto fin da quando la scrittrice inglesi Mary Shelley ne ebbe le prime visioni durante alcuni piovosi weekend passati nell’estate del 1816 in una villa spettrale sul Lago di Ginevra assieme al marito Percey Shelley, al medico John William Polidori e al poeta Lord Byron. Il suo spaventoso personaggio sarebbe poi stato ufficialmente inserito nell’anonimo “Frankenstein, o il Prometeo moderno” nel 1818, romanzo che la Shelley avrebbe poi ripubblicatio nel 1831 in versione rielaborata e per la prima volta firmata a suo nome. Nel tempo sono stati innumerevoli gli adattamenti cinematografici di cui il mostro è stato protagonista, tanto da diventare una delle icone principali sia dei film della Universal Studios che di quelli della Hammer Film oltre che protagonista di numerose imitazioni e parodie (dai film di Gianni e Pinotto ai cartoni animati di Scooby Doo, dal musical “The Rocky Horror Picture Show” passando per “La famiglia Addams”). Ancora oggi la maschera della Creatura è la più venduta negli Stati Uniti dopo quella del vampiro e della strega. E in Italia l’esilarante film “Frankestein Junior” di Mel Brooks risulta essere in assoluto il classico più acquistato di tutti i tempi nel formato DVD. Il prossimo fenomeno hollywoodiano che rilancerà il Mostro di Frankenstein è la pellicola in stop-motion 3 D “Frankenwennie” diretta da Tim Burton, prevista in uscita per il mese di ottobre 2012 e che ci propone una versione canina del mito: un ragazzino di nome Victor rianima infatti il proprio cagnolino Sparky investito da un auto ignaro delle conseguenze che avrà il suo gesto. Nel frattempo arriva anche nelle librerie italiane una saga letteraria che ha riscritto a modo suo la saga ideata da Mary Shelley. Si tratta di una serie di sei romanzi siglata dal maestro dell’horror americano Dean Koontz che viene edita a partire dal 31 gennaio da Sperling & Kupfer. Come racconta lo stesso Koontz nella prefazione al primo volume “Frankenstein- L’immortale” in origine gli fu commissionata la sceneggiatura per un pilot televisivo di sessanta minuti dal titolo “Dean Koontz’s Frankestein” che avrebbe dovuto debuttare sul canale Usa Network. Un serial che sarebbe stato poi affidato a un produttore esecutivo come Martin Scorsese. Koontz su richiesta del network televisivo arrivò a scrivere una versione di due ore dell’episodio e fu quindi fatto il casting della produzione. “Poi – racconta Koontz – la rete e il produttore decisero di apportare modifiche profonde. Poco interessato alla televisione, mi ritirai dal progetto. Augurai buona fortuna e mi dedicai a sviluppare l’idea originale in forma di romanzo. Sucessivamente se ne andò anche Martin Scorsese”. In un primo tempo Koontz si trovò a lavorare alla sua storia assieme a Kevin J. Anderson e Ed Gorman ma nel tempo si è accorto di non sapere né lavorare né giocare di squadra e ha quindi ripreso il progetto in solitaria arrivando a pubblicare negli Stati Uniti (a partire dal 2005) quattro volumi della sua saga e anche un adattamento a fumetti del primo episodio, riuscendo a totalizzare la cifra impressionante di oltre dieci milioni di copie vendute che gli ha permesso di entrare direttamente al numero 1 nella classifica dei bestseller del “New York Times”. Le vicende di “Frankenstein- L’immortale” (Sperling & Kupfer) sono ambientate nella New Orleans contemporanea per le cui strade si aggira un uomo gigantesco, completamente tatuato che si chiama Deucalion. È lui l’orrenda creatura rianimata più di duecento anni fà dal barone Victor von Frankestein. Deucalion è mortale ed è consapevole della propria condizione dannata e ha un solo scopo: vendicarsi di chi l’ha costretto a sopravvivere in quelle terribili condizioni. Anche il suo creatore folle, infatti, è ancora in vita e, asserragliato nella zona del Garden District, dove sotto le mentite spoglie dello scienziato Victor Helios sta continuando i suoi esperimenti nel campo delle biotecnologie. Il Dottor Frankenstein è riuscito a sperimentare su se stesso il dono dell’immortalià ed è intento a dare vita a una Nuova Razza destinata a eliminare per sempre il genere umano. Ed è una scia incredibile di sangue a mettere sulle tracce di Victor e Deucalion gli agenti Carson O’Connor e Michael Maddison che stanno cercando di scoprire l’identità di un assassino seriale che sta letteralmente seminando i pezzi dei cadaveri delle sue vittime per tutta New Orleans. Protagonisti che puntualmente ritorneranno anche nel successivo “Frankenstein – La città dei dannati” (Sperling & Kupfer) annunciato in uscita per maggio.
di a.fognini | 31 Gennaio, 2012
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Stieg e io
Come sarebbe proseguita la Millennium Trilogy? A quali nuovi peripezie sarebbe stata sottoposta l’intrepida Lisbeth Salander? I lettori cercheranno avidamente le risposte a fra le pagine di “Stieg e io – La storia d’amore dalla quale è nata la Millennium Trilogy” (Marsilio), il libro di memorie che Eva Gabriellson ha steso assieme alla giornalista Marie Françoise Colombani e che l’ex compagna di Larsson presenterà mercoledì 25 gennaio alla Feltrinelli di piazza Piemonte a Milano. E se la Gabriellson è esplicita nel dichiarare di essere l’unica che sarebbe in grado di scrivere “God’s Revenge” (quarto capitolo mancante della saga) ancora più interessante è la sua descrizione della sua vita accanto a Larsson, l’indagine sulle sue passioni politiche, la sua attiva professione giornalistica, il suo punto di vista sull’universo femminile, senza tralasciare uno squarcio sulla terribile lotta ereditaria che ha fatto seguito alla sua scomparsa.
di a.fognini | 23 Gennaio, 2012
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L’uomo laser
di Luca Crovi
“Me lo hai rubato, stavo per scriverlo io. Ma non importa è un buon libro”. Così in maniera secca e diretta Stieg Larsson commentò all’amico Gellert Tamas le sensazioni da lui provate leggendo le terribili vicende del serial killer John Ausonius trasposte sulla pagina dal collega giornalista nel volume “The Laser Man” nel 2002. E Larsson confessò ulteriormente a Tamas che se non fosse stato già da tempo impegnato nella stesura di un progetto complesso come quello della Millennium Trilogy il “caso dell’Uomo Laser” sarebbe stato sicuramente oggetto di una sua inchiesta o di un suo romanzo. Non è quindi casuale che proprio in “Uomini che odiano le donne” il giornalista Mikael Blomkvist abbia fra le sue letture da comodino proprio una copia di “The Laser Man” di Gellert Tamas dal quale sono stati tratti con successo prima un documentario e poi una fiction televisiva svedese. Finalmente quello straordinario reportage-romanzo viene edito anche in Italia da Iperborea con il titolo “L’uomo laser – C’era una volta la Svezia”. Un libro scritto con la forza della grande inchiesta che mostra come i movimenti neonazisti furono radicati della Svezia degli anni Novanta e come la loro ascesa politica e sociale fu in parte legata alla profonda crisi economica e d’identità patita dal paese nordico in quel periodo. Protagonista esemplare degli eventi narrati e di un anno di vero e proprio terrore che sconvolse Stoccolma fu il serial killer John Ausonius capace di sparare, prima che la polizia riuscisse a individuarlo, con un fucile dotato di un mirino laser a ben undici persone tutte di origine extracomunitaria fra l’agosto del 1991 e il gennaio del 1991. Un caso che letteralmente sconvolse la comunità svedese e la portò a non girare più sicura fra le strade e che una volta individuata l’identità dell’attentatore divise letteralmente l’opinione pubblica fra quelli che lo consideravano un pazzo assassino e quelli che invece vedevano in lui una sorta di eroe interprete delle teorie predicate dalla cosiddetta Resistenza Ariana Bianca. Per raccontare chi fosse realmente John Ausonius ma anche chi fossero realmente le sue vittime il giornalista Gellert Tamas sceglie di narrare il passato di entrambi intercalando gli eventi storici con un ritmo da thriller degno dei migliori romanzi di Frederick Forsyth. E per entrare nella testa dell’assassino l’autore sceglie di intercalare la narrazione con nove capitoli in corsivo che riportano esattamente il testo dei racconti in prima persona fatti da Ausonius allo stesso Tamas: i suoi deliri, il suo spaesamento, le sue sensazioni di onnipotenza sulle vittime. Ed è incredibile seguire il flusso degli eventi narrati, dalle origini della famiglia del killer in Westfalia passando per la sua infanzia, gli amici, l’esperienza della scuola privata, la sua prima rivolta e fuga dal mondo e poi il vuoto, i demoni, il caos, la violenza, la vendetta e la definitiva caduta libera. Una vita sconquassata quella di John Ausonius che riesce ad essere proiezionista in un cinema porno, tassista, speculatore di borsa ma anche barbone, giocatore d’azzardo incallito e persino rapinatore di banche prima di diventare un killer armato di fucile. Persona comune John Ausonius diventa uno straordinario dittatore degli eventi che lo investono, un uomo della folla che cavalca la pazzia fino in fondo rendendola razionalità per se stesso. Come acutamente sottolinea Goffredo Fofi nella postfazione all’edizione italiana di “Laser Man – C’era una volta la Svezia” la storia di Ausonius è quella di “un bambino male amato, di un adolescente mal seguito, di un giovane disturbato di cui la burocrazia del suo paese si è occupata molto superficialmente e di cui non ha saputo intuire, per trascuratezza, nonostante l’evidenza, il disagio sofferto e la pericolosità che ne consegue. La sua storia è quella di un bambino svedese che il color nero dei capelli e l’origine tedesca, rimarcati con ostilità dai suoi biondi coetanei, rendono intimamente fragile. E rivendicativo, E pronto a scaricare su altri ‘diversi’ la sua pena, fino a concepire l’odio nei confronti degli immigrati e farne la sua ragione di vita”. Gellert Tamas non commenta in alcun modo i fatti che racconta nel suo libro, li mostra in maniera cruda sottolineando però come non ci sia stato nessun pentimento da parte di Ausonius che anzi una volta in carcere malmenò selvaggiamente più di una volta i suoi avvocati difensori e cercò anche una disperata fuga prendendo in ostaggio con un coltello uno dei secondini della prigione. E il quadro che emerge è quello di una Svezia il cui regime democratico ha fallito gravemente i suoi intenti educativi nei confronti dei cittadini, immagine che noiristi come Maji Sjöwal e Pere Wahlöö, Henki Mankell, Olle Onnaeus e Stieg Larsson hanno marcatamente delineato mettendo in luce una vera e propria generazione di “uomini che odiano la Svezia”.
di a.fognini | 23 Gennaio, 2012
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Il gioco delle spie
di Luca Crovi
Tutto ha inizio in Costa Azzurra quando l’agente Hans Spidhofer assiste impotente all’omicidio dell’oligarca russo Arkadij Orlov. Sono due mesi che lo tiene sotto sorveglianza, per ordine del colonnello Giulio Valente, ma Spidhofer è completamente all’oscuro dello scopo della sua missione, così come poco è riuscito a scoprire di Orlov durante le sue indagini. Fin dalle prime pagine con cui si presenta ai lettori “Le regole del gioco” (Longanesi), il romanzo di debutto di Riccardo Perissich mostra di essere una spy-story permeata di atmosfere degne dei migliori plot di Ian Fleming e John Le Carrè. E Perissich è sicuramente un autore che ha avuto nel tempo informazioni di prima mano sui meccanismi della diplomazia e dello spionaggio internazionale visto che ha lavorato per più di vent’anni a Bruxelles presso la Commissione Europea occupandosi di negoziati internazionali, ricoprendo in seguito incarichi direttivi in Pirelli, negli gruppo Telecom e in Confindustria. Chi ha architettato l’Operazione Cinque Novembre che si attua fra le pagine de “Le regole del gioco” e chi sono realmente la spia, il killer, il colonnello e il magnate russo che sembrano essere al centro di questa macchinazione? E perché francesi, italiani, russi e persino il Vaticano sembrano letteralmente giocare una partita a poker mortale fra di loro. L’unico a cercare di svolgere il bandolo della matassa è il Colonnello dei Servizi Segreti Giuliano Valente, ex carabiniere reclutato a capo della Sezione D che si occupa a tempo pieno di coordinare la protezione dei presidenti del Consiglio e della Repubblica sia in Italia che all’estero ma anche di lotta al terrorismo nazionale e internazionale. Sotto di lui lavorano agenti integerrimi che Valente recluta personalmente e riesce a guidare con polso fermo e intelligenza, essendo un ufficiale che sa sia ubbidire che farsi ubbidire e che ha un innato senso del dovere e della giustizia. Un uomo che non ama i doppi giochi e i tranelli della politica e che ha ben chiaro il concetto di Patria e che è reso umano dai suoi incubi personali (nei quali sogna di essere lapidato dai Talebani). Un capo dei servizi segreti per certi versi molto umano e molto meno spietato di quelli raccontati fin ora dalla letteratura spionistica italiana. E il fatto che Giulio Valente rispetti il suo personale codice d’onore prima degli ordini che gli vengono impartiti dall’alto lo rende sicuramente più simpatico ai lettori ma non per questo meno letale. Interamente basato sull’attualità è anche il romanzo “Agente sacrificabile” con il quale Filippo Colizza ha debuttato quest’anno da Mondadori e che vede protagonista il giovane ufficiale Alessandro Trevi alle prese con l’attuazione di una terribile profezia che da tempo circola fra i membri del Centro di Intelligence della Marina Italiana: cosa succederebbe se dalla Tunisia alla Libia tutta la regione del Sahara si sollevasse, se “nazione dopo nazione scoppiassero guerriglie e sollevazioni, se popoli ridotti allo stremo rovesciassero i propri governi e cedessero il potere a un unico dittatore capace di unire insieme un territorio che va dall’Oceano Atlantico al Sinai e oltre, delimitato a nord dal Mediterraneo e a sud dall’Africa intera”. Non meno profetiche le storie scritte nel tempo da Alan D. Altieri, deciate al suo Sniper e che sono state raccolte in “Killzone – Autostrade della morte” (Tea). Sei storie costruite con dirompente efficienza balistica sul personaggio di Russsell Brendan Kane, tiratore scelto una volta al servizio dello Special Air Service. Un uomo, tutto d’un pezzo, che si muove come contractor in territori bollenti e ostili come l’Isola di Katawan nell’Arcipelgao delle Filippine, il deserto dei Joshua Tree, l’Afghanistan, ma anche le non meno roventi Los Angeles e Detroit e persino la Higway of Death dislocata in Kuwait. Cacciatore di uomini infallibile e preciso killer Kane (già protagonista di romanzi come “Campo di fuoco”, “L’ultimo muro” e “Victoria Cross”) è come spiega lo stesso Altieri “l’estremo opposto di un crudo stone killer. Russell Kane è medico. Giuramento di Ippocrate da un lato, proiettili ad alta velocità dall’altro, preservazione della vita a destra, apoteosi della morte a sinistra. Questo cuore di tenebra, che più inestricabile non potrebbe essere, costringe Russell Kane nella ugualmente inestricabile contraddizione di ‘eroe bruciato’”. E dovendo segnalare un altro titolo davvero singolare che inaugura un genere tutto a sé come la labor spy story vorrei segnalare “One Big Union” (Mondadori), di Valerio Evangelisti. Un romanzo che spiega come riuscivano ad infiltrarsi come spie gli agenti del governo americano all’interno del mondo dei nascenti sindacati americani fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. La storia ha molte affinità con “Noi saremo tutto”, storia alla quale dedicammo due puntate monografiche di “Tutti i colori del giallo” e che mostrava nel dettaglio i rapporti fra la criminalità (l’Anonima Assassini in particolare) e il mondo del lavoro portuale. In “One Big Union”, come leggiamo nelle note di copertina il protagonista Robert W. Coates “è un giovane meccanico americano, di buon carattere, religioso, affezionato alla famiglia. Coltiva però pregiudizi razziali e un patriottismo che sconfina nel nazionalismo. Ciò lo induce a diventare un infiltrato, per conto di agenzie specializzate, nei sindacati e nel movimento operaio, con il fine di spezzare gli scioperi e di ricondurre i lavoratori alla disciplina. Attraverso i suoi occhi seguiamo il percorso spesso tragico del sindacalismo americano lungo l’arco di un cinquantennio, con i suoi episodi grandiosi e terribili. Dai grandi scioperi dei ferrovieri di fine Ottocento fino all’epopea degli Wobblies, gli Industrial Workers of the World, nei primi vent’anni del Novecento: l’organizzazione che cercò di unificare gli operai precari e non specializzati di tutte le etnie, usando armi inedite quali i volantini multilingue, la canzone, il fumetto. Un romanzo dalle tinte via via più nere, costellato da figure storiche e memorabili, tra cui lo scrittore Dashiell Hammett. Lo stesso Robert W. Coates fu, negli anni Trenta, tra i protagonisti del processo che svelò la cupa realtà dello spionaggio sindacale negli Stati Uniti”.
di a.fognini | 18 Gennaio, 2012
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LE INCHIESTE DI NICCOLO’ TAVERNA
di Luca Crovi
E’ il 12 agosto 1576 quando inizia la personale discesa all’inferno del notaio criminale Nicolò Taverna. E’ lui il sofferto protagonista del nuovo romanzo di Franco Forte intitolato “Il segno dell’Untore” (Mondadori). Una storia ambientata in una Milano spettrale assediata dalla peste dove si è scatenata la caccia violenta ai responsabili dell’epidemia e dove la Santa Inquisizione stende la sua longa manus attuando torture e ingiustizie, accusando di nefandezze poveri innocenti pur di trovare un capro espiatorio alla tragedia che è in atto.
San Carlo Borromeo nel suo “Liber Memorialis” del 1599 definisce la peste come “la mano di Dio” che ha abbassato la superbia di Milano e l’ha “ristretta nelle sue mura”. Ed è proprio in questo territorio apocalittico che Nicolò Taverna assieme ai suoi aiutanti Rinaldo Caccia e Tadino Josè Del Rio dovrà far luce prima sull’omicidio del commissario dell’inquisizione Bernardino da Savona e poi sugli strani furti di un candelabro del Cellini sottratto da Duomo di Milano e su quello della reliquia del Sacro Chiodo della Croce di Cristo.
Cosa si nasconde realmente dietro questi strani eventi? Taverna cercherà di dare un volto ai colpevoli mentre tenterà di ritrovare lucidità dopo essere stato sconvolto dalla morte fra gli atroci deliri della pestilenza della moglie Anita. Con ostinazione riuscirà a muoversi fra indesiderati, monatti e Umiliati, cercando di svolgere il suo mestiere di indagatore, abile nel risolvere anche i casi più difficili.
Nicccolò Taverna è un uomo tutto d’un pezzo costretto a rendere conto sia alla Chiesa che alla Corona ma soprattutto al Capitano di Giustizia. Con coraggio continuerà a svolgere il suo mestiere in una città dove come racconta sempre Carlo Borromeo: “fuggivano i grandi, fuggivano i bassi… e chi non fuggiva, spesse volte era dal male o da i sospetti del male ridotto nell’angustie del lazzaretto, o fuori dalle mura della Città”.
Un forte desiderio di giustizia tiene con i piedi per terra il nostro notaio criminale ed è abile il suo creatore Franco Forte a costruire una sapiente regia di eventi drammatici nei quali coinvolgere il suo eroe e le sue acute capacità deduttive. E se Forte aveva già fatto le prove di alcuni dei suoi personaggi nel precedente “I bastioni del coraggio” (Mondadori) con “Il segno dell’Untore” possiamo affermare che la sua commistione fra storia e mistero risulta efficace, grazie allo sfruttamento di una location suggestiva e di un protagonista capace di affascinare i lettori.
di a.fognini | 17 Gennaio, 2012
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Il mercante di libri maledetti
di a.fognini | 13 Gennaio, 2012
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A tutto pulp
di Luca Crovi
Più pulp di così si muore. Potrebbe essere questo lo slogan più calzante per la nuova collana di romanzi brevi Revolver che le edizioni Bd inaugureranno a partire dal prossimo 9 febbraio. Una serie di storie a prova di proiettile Calibro 45 selezionata dal curatore Matteo Strukul e che schiera alcuni dei nomi più interessanti del new noir americano ed europeo. Narratori che non lesinano a mescolare spesso ironia e violenza nelle loro storie e che propongo uno stile sanguigno e allo stesso tempo roboante. Come maestro cerimoniere di Revolver è stato scelto non a caso lo statunitense Victor Gischler con “Sinfonia di piombo” e che siglerà anche in coppia con Neil Smith il non meno adrenalinico “Salutami Satana”. Due crime fiction alle quali si affiancheranno titoli come “I fuochi del nord” di Derek Nikitas, “L’impiccato” di Russel D. McLean e “Dietro le sbarre” di Allan Guthrie. Tutti i volumi della collana Revolver verranno illustrati dal fumettista italiano Davide Furnò, già autore della copertine della serie cult “Scalped” della Vertigo. “Sinfonia di piombo” è a tutti gli effetti un romanzo esemplare per mostrare gli intenti di questa iniziativa editoriale ed è il pulp-noir con cui Victor Gishler è stato finalista all’Anthony Award nel 2006. La storia inizia ad Harlem nel 1965 quando due giovani sicari della mala fanno una vera e propria strage uccidendo fra gli altri un innocente ragazzina. La mattanza porterà alla separazione fra i due fratelli assassini Dan e Mike per il senso di colpa di avere ucciso un innocente. Quarant’anni dopo il figlio di Dan, che sbarca il lunario facendo piccoli lavoretti per la mafia si troverà in una situazione estremamente pericolosa, tallonato a vista dalla superkiller Nikki Enders e l’unica sua speranza è che lo zio Mike possa cavarlo dai guai nel cuore dell’Oklahoma dove si è rintanato da tempo. Entusiasti lettori di questo libro sono stati due grandi scrittori americani contemporanei come Don Winslow e Joe R. Lansdale. Il primo sostiene che Gischler “ha la scrittura nel sangue e schiaccia l’acceleratore della prosa americana a tavoletta.” mentre Lansdale ribadisce che: “prende la scrittura e la porta a danzare sull’orlo dell’abisso. Leggerlo è un divertimento selvaggio”. E sicuramente il ritmo sfrenato degli eventi narrati e le coreografie cinematografiche utlizzate da Gishler per fare da sfondo agli eventi ai quali sopravvivono i suoi personaggi rende “Sinfonia di piombo” uno dei suoi romanzi più riusciti, affine ad opere precedenti come “La gabbia delle scimmie”, “Anche i poeti uccidono” e “Notte di sangue a Coyote Crossing” (pubblicati in precedenza in Italia da Meridiano Zero).
di a.fognini | 13 Gennaio, 2012
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Nel cuore dell’Umbria un omaggio alla parola scritta.
Camini accesi, aria pulita, silenzio e tanti libri.
A Bettona, uno dei borghi più belli d’Italia tra Perugia ed Assisi, che Casa Calidonia, e la padrona di casa Stefania Nardini, aprirà le porte nei week end a sette scrittori tra i più apprezzati dai lettori: Luca Crovi, Michael Gregorio, Marino Magliani, Maurizio De Giovanni, Karla Suarez, Giorgio Vasta, Antonio Paolacci.
Saranno infatti proprio loro i docenti dei corsi di scrittura creativa che prenderanno il via il 24 febbraio 2012 con “Leggere e scrivere suspense”.
Sponsor tecnico di Casa Calidonia sarà Perdisa Pop, la casa editrice fondata da Luigi Bernardi e ora diretta da Antonio Paolacci.
Il primo appuntamento sarà con Luca Crovi che analizzerà le regole di scrittura di Raymond Chandler, di Elmore Leonard, di Umberto Eco e di S.S. Van Dine. Spiegherà i suggerimenti di Jeffery Deaver, Patricia Highsmith, Stephen King, Gilberth G. Chesterton. Senza dimenticare i consigli di P. D. James. Ad affiancarlo ci sarà la coppia Michael Gregorio (l’inglese Michael G. Jacobs e l’italiana Daniela De Gregorio) , “genitori” di Hanno Stiffenis, il magistrato di Lottingen, allievo di Immanuel Kant eroe dei loro romanzi editi da Einaudi.
Il primo ciclo di incontri prevede il seguente calendario:
-24/26 febbraio Leggere e scrivere suspense con Luca Crovi e la partecipazione di Michael Gregorio
-16/18 marzo Laboratorio di Scrittura con Karla Suarez
-28/29 aprile Il Noir con Maurizio De Giovanni
-25/27 maggio Scrittura narrativa di viaggio con Marino Magliani
-15/17 giugno La narrazione autobiografica con Giorgio Vasta
-29giu/1lug Antonio Paolacci (programma da definire)
Per informazioni:
casacalidonia@gmail.com https://casacalidonia.wordpress.com/
Mob: 347/56687758 – 334/1719451
di a.fognini | 10 Gennaio, 2012
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Il sogno noir californiano raccontato da Don Winslow
di Luca Crovi
Lo scrittore americano Don Winslow ha sempre confessato candidamente di avere fatto un po’ di tutto nella sua vita: si è laureato in storia dell’africa, è stato giornalista ma anche investigatore privato, venditore di condimenti per insalata, esperto di tecniche antisequestro, comparsa su diversi set cinematografici. E questa sua poliedricità è emersa subito in noir come “Il potere del cane”, “La pattuglia dell’alba”, “L’inverno di Frankie Machine”, “Le belve” (editi tutti da Einaudi) ma anche in un thriller come “Satori” (Bompiani), storie che ne hanno fatto negli ultimi anni una delle voci più dirompenti ed originali della narrativa statunitense. Una voce singolare visto che Don Winslow è uno dei pochi che riesca a raccontarci dall’interno l’universo criminale di zone come la California, riuscendo a mescolare abilmente azione, dramma e umorismo. Hollywood ci ha impiegato poco ad accorgersi del suo talento, opzionando praticamente tutti i suoi libri, focalizzando in particolare la sua attenzione sugli imminenti adattamenti de “L’inverno di Frankie Machine” (progetto che dovrebbe vedere coinvolti Michael Mann e Robert De Niro) e “Savages” (“Le belve”), attualmente in postproduzione e affidato alla regia di Oliver Stone che ha deciso di coinvolgere in questo film (interamente dedicato al tema del narcotraffico) attori come John Travolta, Benicio del Toro, Uma Thurman, Blake Lively, Trevor Donovan e Taylor Kitsch. Ed è lo stesso Don Winslow a spiegarci che la sua prima personal trainer all’interno della realtà criminale americana è stata una persona davvero insospettabile: “Mia nonna era un personaggio davvero singolare e non solo negli anni Trenta della depressione bazzicò per i casinò e le bische clandestine ma ebbe stretti rapporti con uno spregiudicato politico americano di New Orleans che si chiamava Huey Long. Praticamente mia nonna amministrò per un lungo periodo per conto di Long un intero quartiere e quando la mafia decise di allungare le mani proprio su quella zona mia nonna si mise praticamente al soldo della mafia gestendo per loro operazioni di gioco d’azzardo nei casinò e soprattutto quelle delle scommesse dei cavalli. Mi ricordo che mia nonna aveva un carattere tutto suo, affascinante e terribile allo stesso tempo. Andava in giro armata di pistola ed è lei che mi ha iniziato al mondo delle scommesse e del gioco d’azzardo insegnandomi a giocare a dadi e a carte. Se perdevo giocando a poker con lei si fregava i miei giocattoli, perché era quella la ricompensa delle partire che facevo con lei”.
C’è qualche caso di cui si è occupato come investigatore privato che ha poi usato per le sue storie?
“Ho cercato di tenere fuori il più possibile dal mio universo letterario la maggior parte dei casi di cui mi sono occupato, perché ho cercato di essere fedele al codice deontologico professionale che lega un investigatore ai suoi clienti e che lo obbliga a non diffondere segreti di cui è stato testimone. In realtà, ci sono solo un paio di casi di cui ho potuto parlare esplicitamente perché sono finiti in giudizio e quindi sono diventati di pubblico dominio. In particolare, uno di questi episodi che riguardava un’indagine per incendi dolosi è stata per me lo spunto per il romanzo “La lingua di fuoco” (Einaudi)”.
Quanto sono stati sorprendenti i risultati ottenuti dal suo “Le belve”?
“Anzitutto mi ha sorpreso che per la prima volta un mio libro venisse recensito su “Times” da parte di Janet Maslin che avrebbe potuto stroncarmi e invece si è divertita a leggermi. Poi mi ha stupito che Oliver Stone dopo averlo letto mi abbia voluto conoscere e mi abbia chiesto di cosceneggiare la mia storia assieme a Shane Salerno per l’adattamento cinematografico. Mi ha sorpreso che Stone mi abbia detto: “vai e sceneggialo pure come vuoi!”. Ci ha lasciato scrivere senza fare degli incontri preparatori. E mi ha fortemente colpito il suo senso dell’umorismo, davvero non me l’aspettavo”.
Con “La pattuglia dell’Alba” ha fatto riscoprire ai lettori il mondo dei surfisti…
“Mi ha sempre affascinato il mondo del surf perché sono sempre stato attratto dall’oceano. Come scrittore sono sempre alla ricerca di spunti interessanti per le mie storie e il movimento dello scorrere delle onde mi è sembrato sempre metaforicamente molto funzionale a uno stile come il noir. Le onde sono in costante movimento, c’è sempre qualcosa in superficie sul mare che puoi notare ma sotto c’è sempre qualcosa di più misterioso che si può nascondere, qualcosa di insondabile, di non calcolabile per l’uomo. Il senso di pericolo ma anche quello di sfida all’ignoto è da sempre tangibile in mezzo all’oceano. Inoltre il mondo dei surfisti è davvero molto sfaccettato e ti permette di raccontare una comunità singolare nel suo genere. Ci sono tante subculture che lo caratterizzano e che cambiano spesso da spiaggia a spiaggia, slang e abitudini singolari che mi sono divertito a raccontare nel mio romanzo”.
di a.fognini | 10 Gennaio, 2012
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