Se ne è andato Lutring

di Luca Crovi

Se ne è andato anche Luciano Lutring. L’ho scoperto solo adesso leggendo un bell’articolo in suo ricordo che gli ha dedicato Piero Colaprico su “Repubblica”. Ricordo ancora il giorno che sorridente e accompagnato da Andrea Villani venne come ospite in trasmissione a “Tutti i colori del giallo”. Nel giro di poche ore ci raccontò decine di aneddoti sulla sua vita. Nel quartiere milanese dove era cresciuto lo avevano soprannominato prima l’Americano, poi i giornali italiani lo hanno ribattezzato il Solista del Mitra, e in Francia per un po’ lo avevano chiamato lo Zingaro. Certo è che la vita personale di Luciano Lutring è stata un vero e proprio romanzo e non a caso è stata portata al cinema in due film come “Lo zingaro” di Josè Giovanni con Alain Delon e “Svegliati e uccidi” di Carlo Lizzani con Robert Hoffman. La vita vera dell’ex rapinatore Luciano Lutring, diventato nel tempo scrittore e pittore l’aveva raccontata lui stesso in due romanzi come “Lo zingaro”, “Il solista del mitra” ma l’ha poi rinarrata anche lo scrittore Andrea Villani in “Luciano Lutring – La vera storia del solista del mitra” (Mursia). Un volume che riracconta nei dettagli tutta la vita di Lutring, fin da quando nel 1956 i suoi genitori avevano in gestione a Milano un bar e lui si divertiva a girare a bordo di un’appariscente Cadillac e teneva infilata nei pantaloni una pistola Smith & Wesson scarica. Appena ventenne amava bighellonare a bordo della sua auto (dove talora celava i residui di furti di polli e conigli) per far colpo sulle ragazze, piuttosto che dedicarsi agli studi musicali che avevano sognato i suoi genitori regalandogli prima una fisarmonica e poi un violino. Casuale fu il suo debutto nel mondo del crimine: un giorno la zia Vittoria lo spedì a pagare una bolletta della luce alle poste. Ma l’impiegato era lento e distratto, tanto che Luciano Lutring si sentì in dovere di richiamarlo con uno spazientito “Allora?”. L’uomo, alzando lo sguardo dal bancone, vide la pistola che il giovanotto, con impermeabile e cappello calato sugli occhi, teneva infilata nei calzoni e spaventato gli  consegnò tutte le mazzette di denaro che aveva in cassa. Lutring “pensò per una frazione di secondi a quello che sarebbe stato lecito fare. Quindi a ciò che avrebbe preferito fare”. E così si infilò i soldi nelle tasche dando una svolta definitiva alla sua vita. “Luciano Lutring – La vera storia del solista del mitra” è un romanzo che racconta come “nessun uomo nasca con l’etichetta criminale… ma che a volte le contingenze potrebbero spingere chiunque nel baratro”. E rievoca le vicende di un uomo capace di attuare rapine con i bossoli che faceva esplodere sotto le scarpe puntando la pistola sempre rigorosamente in alto, ne ricorda i travestimenti, le spaccate con l’auto per procurare vistose pellicce a modelle di cui si era innamorato, i favolosi colpi effettuati con il mitra nascosto nella custodia del violino. Andrea Villani scandisce la vita spericolata di Lutring attraverso i racconti che lo stesso ex criminale gli ha fatto “tra una cena e l’altra, tra un sigaro e una grappa”. Una storia piena di scene drammatiche ma anche di aneddoti estremamente divertenti che apre e si chiude con l’immagine dell’ultima volta che Lutring è stato arrestato dalla polizia: quando la vigilia di Natale del 2007 gli agenti gli sequestrarono la macchina perché aveva la patente scaduta. Lutring si addormentò su una panchina del commissariato in attesa che le sue figlie gemelle lo riportassero a casa. Dormì sonni tranquilli, lui che i suoi conti con la giustizia li aveva per sempre pagati dopo essere stato graziato sia dal presidente francese Georges Pompidou che da quello italiano Giovanni Leone. Durante il nostro incontro in Rai Lutring mi raccontò anche della volta in cui inseguito dalla polizia si era rifugiato in un cimitero. Per non farsi prendere si era infilato direttamente nel vano di un loculo che era aperto. Spossato dopo la fuga si addormentò in quel luogo risvegliandosi poi il mattino dopo. Quando cercò di uscire da quel luogo si trovo completamente ricoperto di calcina bianca. E una signora che stava mettendo i fiori sulla tomba del mattino vedendo uscire da una tomba quell’uomo completamente bianco pensò subito a un fantasma e si mise a scappare gridando. Lutring cercò di spiegarle che si era solo sporcato ma la donna si era già dileguata. Credo che in questo momento, ovunque sia, stia ancora sorridendo sotto i suoi enormi baffoni, pensando a quel buffo episodio della sua vita.

di a.fognini | 13 Maggio, 2013

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Il cavaliere errante Jack Reacher di Lee Child

di Luca Crovi

“E’ un forestiero. Un tizio qualsiasi. Ma si è messo in mezzo. Pensiamo che sia stato nelle forze armate. Un poliziotto militare. Forse non ha perso il vizio di indagare… Nessuno sentirà la sua mancanza. E’ uno senza fissa dimora, una specie di vagabondo. E’ piombato qui come un cespuglio sradicato dal vento e se ne dovrà andare nello stesso modo”. In queste secche frasi che si scambiano due sicari al soldo del possidente Seth Duncan fra le pagine del romanzo “Una ragione per morire” (Longanesi) c’è un ritratto nitido e senza compromessi di Jack Reacher, un intrepido giustiziere che è ormai da sedici anni uno dei più amati beniamini dell’action thriller internazionale. A idearlo nel 1997 è stato lo scrittore inglese James R. Grant che ormai da tempo sigla i suoi bestsellers con lo pseudonimo di Lee Child.

Nel kolossal hollywoodiano “Jack Reacher – La prova decisiva”, diretto da Christopher McQuarrie, è stato Tom Cruise a vestire i panni di questo eroe abituato a portare la giustizia per le vie d’America ed è lo stesso Lee Child di passaggio a Milano a spiegarci la genesi di un protagonista del genere: “Ho iniziato a scrivere in maniera istintiva. Non avevo idea di quale sarebbe stato il mio eroe ma volevo che il suo senso di giustizia fosse messo in primo piano. Così ho pensato di costruirlo come se fosse un cavaliere di ventura di quelli del medioevo. Un uomo senza macchia né paura che potesse continuare a muoversi senza essere per forza vincolato né da affetti né da legami materiali. Un individuo destinato a mettere le sue capacità al servizio degli altri. Un oustsider le cui origini si possono ritrovare anche in certi eroi della mitologia. Solo dopo mi sono accorto che creando un personaggio del genere e facendolo muovere in lungo e in largo per gli Stati Uniti come un vagabondo che fa spesso l’autostop mi ero avvicinato all’idea del cavaliere solitario senza nome tipica di certi classici del western”.

L’ha convinta Tom Cruise nella sua interpretazione del suo eroe?

“Molti mi hanno posto il problema che Reacher è molto diverso fisicamente da Cruise: ha una stazza ben più imponente. Ma devo ammettere che ogni film è sempre un compromesso rispetto alla letteratura dalla quale trae origine. Io ho una mia idea di Reacher e ad essa nel tempo si è sedimentata l’immagine che se ne sono fatti i lettori. Cruise è stato sinceramente molto fedele allo spirito del mio Jack. E quindi se avessi potuto scegliere fra il 90% della fisicità del mio personaggio e il 100% del suo carattere avrei scelto quest’ultima opzione. E’ stato per me magnetico vedere sullo schermo un Tom Cruise che è sempre avanti a tutti nell’anticipare le loro mosse, consapevole di quello che succederà prima che gli altri lo sappiano come accade al mio giustiziere nei miei romanzi”.

Ci sarà un’altra pellicola?

“Il film non è andato affatto male ed è probabile che se si farà un seguito cinematografico delle avventure di Jack Reacher il prossimo romanzo ad essere adattato sarà “Una ragione per morire”, è perfetto per la sua ambientazione rurale nel Nebraska e per il clima di caccia all’uomo che si sviluppa nella storia”.

Come definirebbe le sue storie?

“Preferisco non definirle, lo fanno già i lettori, anche se “revenge stories” (storie di vendetta) è forse il termine che meglio incarna lo spirito della serie. Ogni volta il mio Jack deve vedersela con ingiustizie che ha subito lui o che hanno subito gli altri e cerca in maniera personale di punire i colpevoli”.

di a.fognini | 9 Maggio, 2013

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Le cose che non ho

di Luca Crovi

La pubblicazione in Italia del romanzo “Le cose che non ho” (Salani) dello scrittore francese Grégoire Delacourt mi ha offerto la possibilità di fare una chiacchierata con lui sul tema della fortuna e della felicità che vi propongo qui di seguito.

Che rapporto ha con la fortuna?

La fortuna per me è il lavoro. Tutta la fortuna arriva dal lavoro e non dal caso. Ho avuto molta fortuna nella mia vita perché ho lavorato molto. E poi ho l’amore. L’ho trovato a quarant’anni e ora è qui vicino a me. Credo che amore e lavoro rappresentino la vera fortuna. La lotteria non è fortuna, è caso.

Lei rinuncerebbe a una vincita come fa la sua protagonista?

Certamente. Credo che farei proprio come Jocelyne. Mi muoverei con molta cautela e aspetterei ad annunciare la mia vincita agli altri. Questo perché vincere una grande somma di denaro rischia di avere l’effetto di una bomba nella tua vita. Causa un’esplosione che può sconvolgerla completamente. E non è detto che sia in senso positivo.

Quanto certi eventi possono sconvolgere la vita di una persona?

Molto, proprio come accade alla protagonista del mio romanzo che ha così paura di questa vincita da tenerla segreta perfino al marito. I fatti le daranno ragione…

Cosa pensa che possa dare la vera felicità?

Le cose semplici ed essenziali, gli oggetti che ci circondano e a cui non sappiamo fare a meno, l’onestà e la fedeltà ai propri valori. Quando dico cose semplici, intendo dire che non c’è niente di più bello che poter premere un pulsante e illuminare una stanza buia. Ma anche gli affetti e la vicinanza delle persone care.

Da “Il biglietto da un milione di dollari” a “Millionaire” il tema della vincita milionaria è divenuto un classico nella storia della letteratura e del cinema come ha cercato di sviluppare il tema fedele a certi modelli o discostandosene?

Prima di tutto il tema della lotteria non è il tema principale del mio romanzo. È il mezzo attraverso il quale accadono delle cose. Avrei potuto scegliere un’eredità o un angelo. Anche gli angeli hanno molto successo al cinema e in letteratura. Però mi sembrava più moderno usare la lotteria e quindi ho scelto questo tema. Però l’ho abbandonato all’improvviso usando un trucco molto semplice: il mio personaggio vince, ma non desidera quella vincita. Non si è mai visto in un film che il vincitore rifiuta la vincita. Ecco la mia invenzione.

Come ha scelto i protagonisti del suo romanzo?

Jocelyne sono io. Un po’ come Madame Bovary era Flaubert. Avevo voglia di guardare il mondo con gli occhi di una donna e di osservare le cose attraverso l’immensa tenerezza femminile. Il marito, Jocelyn, ho voluto che restasse sempre un passo dietro di lei. È meno colto, meno sensibile e più materiale.

Quanti dei suoi lettori le hanno scritto o comunicato che si sarebbero comportati esattamente come la sua protagonista?

La stragrande maggioranza delle mie lettrici mi ha confessato che avrebbe fatto proprio come Jocelyne con il marito. Quando invece si passa a considerare i diciotto milioni di Euro le risposte sono molto diverse tra loro: alcuni sostengono che rinuncerebbero, altri no. Ma la maggior parte delle persone a cui ho chiesto che cosa vorrebbe se vincesse una tale somma mi ha risposto: viaggiare, avere più tempo a disposizione, essere felici, cambiare lavoro. E se ci rifletto un attimo, vedo che oggi viaggiare non costa caro. La felicità non dipende necessariamente dai soldi. Cambiare lavoro non è legato al caso. Perché allora le persone non fanno ciò che sognano? Perché fanno dipendere la propria vita dal caso?

 

di a.fognini | 2 Maggio, 2013

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Joe Nesbo e i Cacciatori di Teste

di Luca Crovi

Che il mondo della new economy fosse perfetto per ambientare noir e thriller l’aveva raccontato per primo Donald Westlake nel suo “The Ax. Cacciatore di Teste” (Alacran Edizioni) in cui un esperto in selezione del personale si trova ad essere senza lavoro e decide per ritrovare una posizione dignitosa lavorativa di eliminare uno a uno i suoi possibili concorrenti, trasformandosi in un vero e proprio serial killer. Quell’originale romanzo di Westlake era stato poi spunto di un eccellente adattamento cinematografico da parte di Costantin Costa Gavras e che quel territorio di tematiche esplorato potesse ancora permettere di esprimersi in maniera davvero originale lo conferma il recente noir “Il cacciatore di teste” (Einaudi) dello scrittore e rocker norvegese Jo Nesbo.

Nesbo per una volta accantona il personaggio problematico del detective Harry Hole (protagonista di bestseller come “Il pettirosso”, “L’uomo di neve”, “Il leopardo”,”Lo spettro”) per proporci un nuovo accattivante personaggio come quello di Roger Brown che di professione fa il selezionatore dei manager per le nuove aziende, ovvero “il cacciatore di teste”. Un uomo alto appena un metro e sessantotto che ha un metodo infallibile per testare i futuri manager delle multinazionali di cui è consulente: li sottopone a un interrogatorio pressante (la cui tecnica è stata elaborata da Inbau, Reid e Buckley) diviso in nove fasi di che ricordano molto da vicino quelli utilizzati dal FBI. Solo i candidati che sopravvivono a questo suo incalzante e soffocante colloquio possono aspirare a un posto di lavoro di dirigenza.

Roger Brown è professionale, analitico e non prova nessun coinvolgimento emotivo in quello che fa e spesso si diverte a sorridere ai candidati per spiazzarli. Ma il cacciatore di teste ideato da Nesbo è tutt’altro che un uomo tranquillo come spiega lo scrittore norvegese “è un uomo piccoletto, ma di un certo fascino, sposato con una donna bellissima. Una donna al di sopra delle sue possibilità però. Così Roger è costretto a far di tutto per tenersela. Ogni giorno. Il che è un bel problema. E l’unica soluzione possibile è. Trovare soldi, trovare sempre un sacco di soldi…”. Roger Brown decide di finanziare la sua vita particolarmente dispendiosa rubando quadri di inestimabile valore.

Il piccolo manager è convinto che questa sua attività sia rimasta nel tempo invisibile ma quando deciderà di mettere le mani su un quadro di inestimabile valore come “La caccia al cinghiale caledonio” di Peter Paul Rubens si troverà a giocare al gatto e topo con Clas Greve che custodisce in casa sua il dipinto ed è il mefistofelico ex amministratore delegato della ditta Hote specializzata nella produzione di GPS. Con “Il cacciatore di teste” ancora una volta Nesbo riesce a dimostrare di essere un autore originale nel territorio noir pur utilizzando tematiche classiche come quella della truffa, del ricatto, dell’inganno sessuale e del furto costruendo una storia che è contemporaneamente un thriller denso di adrenalina ed azione e un ritratto al vetriolo del mondo lavorativo contemporaneo.

Roger Brown abituato ed ingannare i suoi clienti ma soprattutto i candidati che presenziano ai suoi colloqui dovrà mettere a nudo la sua umanità per poter sopravvivere scoprendo che a misurarsi su un terreno fatto di inganni è difficile restare puliti e impuniti. Da “Il cacciatore di teste” è stato tratto l’efficace poliziesco cinematografico “Headhunters” diretto Morten Tyldum, campione d’incassi in Norvegia nel 2011 e che lo stesso anno si è aggiudicato il Leone Nero al Noir in Festival di Courmayeur.

di a.fognini | 30 Aprile, 2013

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Bisogna scrivere pulp per sbarcare in America

di Luca Crovi

 Qual genere letterario può fare innamorare i lettori stranieri di uno scrittore italiano? A pensare alle oltre seicentomila copie con cui sta furoreggiando da settimane in classifica in Germania il romanzo “La gang dei sogni” di Luca Di Fulvio verrebbe spontaneo rispondere: la gangster story!. Ma l’acquisizione in questi giorni da parte della casa editrice inglese Angry Robots dei romanzi di Matteo Strukul ci fa sospettare che anche il new pulp italiano stia vivendo una vera e propria età dell’oro all’estero.

È bastato che personaggi come Victor Gishler, Allan Guthrie, Tim Willocks e Joe R. Lansdale si innamorassero di una storia adrenalinica come “La ballata di Mila” (che ha inaugurato la Collezione Sabot/age delle Edizioni E/O) per far entrare Matteo Strukul in un nuovo circuito che lo vedrà presto distribuito in tutto il mondo da due forti gruppi editoriali come Osprey e Random House. A entusiasmare gli editor britannici è stata la capacità di narratore d’azione dello scrittore padovano e a convincerli del suo potenziale commerciale è stato l’originale personaggio di Mila Zago da lui creato.

Una vendicatrice e cacciatrice di taglie che lavora in Italia al servizio dell’agenzia per la privata per la sicurezza B.H.E.G.. Mila è esperta nell’uso delle pistole ma anche della katana e dei pugnali kukri e ha subito innumerevoli violenze (suo padre è stato ammazzato dalla mafia del Brenta e lei stessa è stata stuprata da quegli assassini). Da tempo la sua sete di vendetta si è trasformata in una sete di giustizia per tutte le vittime che incontra sul suo cammino. Dotata di una capigliatura fluente, caratterizzata da dread rossi (che l’hanno fatta soprannominare Read Dread) questa cupa eroina è la degna erede de La Sposa di un film come “Kill Bill” di Quentin Tarantino nonché della Lara Croft del videogioco “Tomb Raider”.

Dopo “La ballata di Mila” è stata protagonista anche di una serie a fumetti realizzata dal disegnatore Alessandro Vitti  e ritorna adesso in un nuovo romanzo intitolato “Regina Nera – La giustizia di Mila” (Edizioni E/O) che si svolge fra l’Alto Adige e la Lessinia. Una storia cupa in cui Mila che è costretta ad affrontare una violenta banda di bikers e appassionati di viking metal che hanno fatto del satanismo e dei riti pagani la loro ragione di vita. L’intrepida bounty hunter dovrà fare di tutto per liberare dalle grinfie di questa gang di novelli Nibelunghi una ragazzina rapita la cui madre rischia di diventare la prima premier politica d’Italia. “Regina Nera” è un romanzo pulp visionario dotato di un ritmo vertiginoso destinato a stendere con un uppercut i lettori.

di a.fognini | 12 Aprile, 2013

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Milano Calibro Noir in espansione

533349_535536979830464_794759108_nIl cast di Milano Calibro Noir continua ad espandersi. Sulla locandina troverete le new entry, ma sono sicuro che alla serata si aggiungeranno a sorpresa anche altri amici.

Luca Crovi

di a.fognini | 4 Aprile, 2013

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Le streghe sono tornate

di Luca Crovi

Il fascino per  le storie di streghe non sembra essere tramontato come ci conferma il successo della saga “Il cerchio” (salani) siglata dagli svedesi SARA B. ELFGREN e MATS STRANDBERG. In occasione dell’annuale fiera di Bologna dedicata alla letteratura per l’infanzia lo stesso MATS STRANDBERG mi ha spiegato alcuni segreti della sua trilogia ambientata a  Engelsfors, una piccola città industriale in miseria, circondata da boschi impenetrabili dove le persone si perdono e scompaiono. Una storia di cui sono protagoniste sei ragazze hanno appena iniziato il triennio superiore che non hanno nulla in comune e la cui vita verrà sconvolta dal ritrovamento del cadavere di uno studente proprio nei bagni della loro scuola. “Una notte, mentre una strana luna rossa illumina il cielo, le ragazze si incontrano nel parco, attratte da una forza misteriosa.Non sanno come o perché, ma hanno bisogno l’una dell’altra per sopravvivere. Qualcosa sta dando loro la caccia, e andare a scuola è diventata una questione di vita o di morte…”. Ma se volete saperne di più ascoltate le motivazioni che hanno spinto MATS STRANDBERG a scrivere una storia del genere.

Com’è nata l’idea della vostra saga?

Volevamo raccontare la vita degli adolescenti nelle piccole città, mettere insieme ragazzi diversi per estrazione sociale, carattere e interessi e vedere come interagivano fra loro, se costretti a collaborare. Avevamo però bisogno di un giustificazione che costringesse i protagonisti a collaborare. Quando abbiamo pensato alla stregoneria e all’apocalisse (siamo entrambi grandi appassionati di fantasy e horror), è stato come se tutto trovasse il suo posto.

Come vi ha aiutato l’esperienza di sceneggiatori?

Inizialmente volevamo realizzare un film insieme, ma quasi subito ci siamo resi conto di aver bisogno di più spazio per approfondire i temi, i caratteri dei personaggi e la storia. Abbiamo quindi deciso di scrivere una trilogia. In generale penso si possa dire senza paura che abbiamo portato le nostre abitudini di lavoro anche in questi libri. Sara è un persona estremamente organizzata, è riuscita a tenere traccia di tutto quello che dicevamo e decidevamo lungo la via, evitando incongruenze o imprecisioni. Io, invece, scrivo più di getto. Penso che nessuno dei due avrebbe potuto scrivere questi romanzi senza l’altro. O magari Sara sì, ma ci avrebbe messo 20 anni!

Perché le streghe sono personaggi sempre così attuali?

Perché possono adattarsi al periodo, alla situazione, alla storia, pur mantenendo una caratterizzazione di fondo. Se ci si riflette, conosciamo tante versioni diverse di streghe, da quelle che hanno subito i processi dell’inquisizione al fenomeno wicha contemporaneo, che è strettamente collegato anche alla natura e alla New Age. Le nostre streghe somigliano un po’ ai supereroi, e la stregoneria ci ha offerto un ottimo spunto per costringere le diverse ragazze a lavorare insieme.

Perché la magia è poco presente nel libro?

Non volevamo che la magia avesse un ruolo troppo importante nel romanzo, in particolare non volevamo che la magia fosse un passepartout per uscire dalle situazioni difficili, com’è per esempio in Harry Potter, dove basta agitare una bacchetta magica e pronunciare qualche parola in latino per risolvere un problema. La magia nei nostri libri è complicata, ambigua, difficile da imparare. E fa paura.

Come avete cercato di sviluppare i caratteri dei protagonisti?

Di solito nei fantasy per young adults c’è sempre un eroe o un’eroina principale che, per favorire l’identificazione della maggior parte di lettori possibile, ha una caratterizzazione generica. Noi abbiamo cercato di fare l’opposto: abbiamo sviluppato diversi personaggi, tutti con un carattere molto preciso e diverso dagli altri. Inoltre, ciascuno ha un potere diverso che in qualche modo mette in discussione le sue abitudini e la sua vita fino a quel momento. In qualche modo sono messi alla prova. 

Il mondo della scuola in Svezia.

Beh, è ovvio che non tutte le scuole svedesi sono come quella che raccontiamo! Esistono però problemi innegabili e piuttosto importanti (la preparazione degli insegnanti, l’organizzazione delle lezioni, il bullismo) così come in tutti gli altri paesi europei. La situazione è condivisa.

Da ragazzi cosa amavate leggere?

Per quanto mi riguarda (Mats) ho letto tantissimo Stephen King. Quasi tutto, in realtà. Il libro che preferisco è senza dubbio Pet sematary. Alcune scene riescono a spaventarmi ancora adesso, come la fine del romanzo…

Come mai l’urban fantasy ha tanto successo?

Quando si è adolescenti si vivono emozioni molto forti. Il primo amore, le prime delusioni… è un periodo molto complicato, in cui ci si sente adulti ma non si hanno né la libertà né le responsabilità che si vorrebbero. A pensarla così sembra quasi incredibile riuscire a sopravvivere senza superpoteri!

di a.fognini | 2 Aprile, 2013

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MILANO CALIBRO NOIR 2013

SECONDA EDIZIONE

SPAZIOTEATRO89

FESTIVAL DELLA LETTERATURA GIALLA E NOIR MILANESE

SABATO 13 APRILE 2013, ORE 20.30

Milano legge: gli scrittori non possono scappare!

Parafrasando il titolo di un b-movie poliziesco degli anni settanta, a grande richiesta torna l’evento “Milano Calibro Noir”. Dopo il successo della prima edizione dello scorso anno, che ha registrato il tutto esaurito, sabato 13 Aprile 2013 si terrà la seconda edizione del festival della letteratura gialla e noir milanese.

La manifestazione avrà luogo presso lo SPAZIO TEATRO 89 di via Fratelli Zoia 89, alla periferia ovest di Milano, in zona San Siro. Alla kermesse parteciperanno numerosi autori del panorama noir milanese e italiano, che chiamati sul palco da Luca Crovi presenteranno al pubblico i loro nuovi romanzi, si sveleranno, racconteranno aneddoti, e parleranno del loro rapporto con la città di Milano. Una rassegna che sta diventando un annuale punto di riferimento per gli autori e i lettori di romanzi in cui suspense e colpi di scena la fanno da padroni.

Gli scrittori coinvolti in questa edizione 2013 saranno: Sergio Altieri, Raoul Montanari, Luca Crovi, Simone Sarasso, Dario Crapanzano, Marilù Oliva, Biagio Bolocan, Franco Limardi, Valeria Corciolani, Massimo Cassani, Romano De Marco, Maurizio Lantieri, Lilli Luini, Andrea Fazioli, Fabrizio Canciani, Francesco Gallone, Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Fabrizio Canciani, Maurizio Gilardi, Stefano Di Marino.

A questo ricchissimo parterre si aggiungeranno due cantautori meneghini, Claudio Sanfilippo e Stefano Covri, che accompagneranno e racconteranno in musica la loro Milano.

La serata avrà inizio alle ore 20.30, l’ingresso è libero, fino ad esaurimento dei 300 posti disponibili nel Teatro.

Si ringraziano i media partner per l’evento:

Libreria Popolare di via Tadino – Via Tadino 18, 20124 MilanoTelefono:02 2951 3268

Bloodbuster – Tutto il cinema dalla B alla Z – Via Panfilo Castaldi 21, 20124 Milano www.bloodbuster.com

Noir Italiano – Tutto il nero del poliziesco all’italiana – Blog Ufficiale di Milano Calibro Noir

www.noiritaliano.wordpress.com

Spazio teatro 89 via F.lli Zoia 89, 20153 Milano. www.spazioteatro89.org

Per informazioni:

338.6237820

di a.fognini | 28 Marzo, 2013

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Il mondo di Matti Rönkä

Ci sono pochi luoghi al mondo suggestivi e allo stesso tempo letali quanto la Carelia, terra di confine e di sconfino dislocata fra la Finlandia e l’ex Unione Sovietica. Un posto glaciale dove l’etnia locale ha imparato a sopravvivere ai soprusi e alle deportazioni, trasformando spesso gli uomini in veri e propri lupi dediti ai traffici più incredibili. È in questa zona di nessuno che sono ambientati “L’uomo con la faccia da assassino” e “Fratello buono, fratello cattivo” (Iperborea) del finlandese Matti Rönkä. Mi è capitato di accompagnarlo di recente a Roma per presentarlo a “Libri Come” e Matti Rönkä mi ha proposto di raccontarvi un po’ di segreti sul suo mondo e il suo personaggio. Divertitevi. 

Ma com’è realmente la Carelia finlandese?

La Carelia è una regione che è sempre stata di confine tra l’est e l’ovest, nella storia il trono di Svezia contro l’impero russo, capitalismo contro comunismo, chiesa protestante contro Chiesa greca ortodossa. Un luogo forte delle persone di lingua finlandese e dei suoi parenti stretti (intendo parenti linguistici). Io sono nato e cresciuto nella parte finlandese della Carelia, mentre Viktor è originario dell’Unione Sovietica; sono due terre differenti, ciascuna con i propri miti, il proprio folklore, le proprie storie. Nonostante i movimenti migratori, le divisioni e la storia molto particolare, le persone provano a risolvere la questione dell’identità mantenendo un forte senso di appartenenza alle loro tradizioni e, soprattutto, alla loro lingua. Proprio per questo in questa zona del mondo ci sono molte storie e molta epica, la Carelia è una specie di terra sospesa sul limite estremo tra due civiltà, quasi un laboratorio socio-politico molto intrigante.

Quali sono i reali traffici criminali che vi si svolgono?

La povertà è il crimine maggiore e la ragione stessa del crimine. Col collasso dell’Unione Sovietica, scomparve un’intera struttura sociale e molte persone povere si ritrovarono disoccupate, o scoprirono che le loro pensioni non valevano nulla. Mentre altri (pochi) si arricchirono spaventosamente… Ma il collasso della società ebbe ripercussioni soprattutto sugli abitanti delle regioni periferiche, come la Carelia, che vista da Mosca appare lontanissima, e prossima a un confine ostile. Le attività criminali sono ovviamente legate al confine. Si tratta di contrabbando di merci illegali, di utilizzo di documenti falsi anche quando si commercia in beni legali (per ottenere tasse inferiori e così via), ma questo significa prostituzione, ragazze che vengono mandate in Finlandia, significa merci contraffatte.

Ma è vero che uno dei grandi scandali che riguardno la Finlandia fu il doping della squadra sciistica nazionale come racconti nel libro?

Beh, è senza dubbio una storia che è stata provata. Ma ci sono due documentari recenti che raccontano di un intero periodo di “doping totale”, e in questi documentari si parla anche di doping in moltissimi altri paesi, specialmente in italia ad esempio. Dunque in Finlandia è stato un grande scandalo e se n’è parlato moltissimo, e ci sono stati alcuni atleti, in particolare sciatori, che sono stati trovati positivi ai test. Ancora oggi si crede che il doping e in particolare l’epo fosse usata spesso e da tutti, specialmente negli anni ’90.

Come opera la polizia in zone come quella della Carelia?

La polizia ci prova, ma la povertà è grande e le tensioni sociali sono molte… non è facile operare sul territorio, sempre sul filo sottile del confine, con numerose infiltrazioni della mafia russa e della piccola criminalità degli immigrati.

Quanto trovi che il tuo Victor Karpa sia un personaggio originale?

Ho provato a creare e a descrivere Viktor come un personaggio complesso e originale, da una lato dotato di una solida moralità, derivatagli dalla madre e probabilmente anche dagli ideali sovietici e dagli istruttori dei campi d’infanzia. Il Viktor che prova a condurre una vita normale, cerca un modo per farlo. Ma poi dall’altro lato c’è sempre qualcosa del suo passato che riemerge, un’attrazione verso i bassifondi e la trasgressione delle regole. Ma in realtà non è colpa sua. Per lo più si tratta di cose che ha subito. Non ha avuto il lusso di poter scegliere. Credo che la cosa più importante per me sia il fatto che Viktor è un outsider, o comunque non è perfettamente integrato nella società finnica; perché quando non sei nel mezzo delle cose, e le osservi da fuori, hai una visione più chiara, più obiettiva. Viktor ha la sua morale, il suo codice da seguire per quanto riguarda i suoi cari, ma quando le cose si mettono male, è costretto a passare dall’altro lato, quello sbagliato. Ormai lo seguo da dieci anni, e lo vedo continuamente cercare di mettere la testa a posto ma… puoi comprare, vendere o regalare qualsiasi cosa tranne il tuo passato. Ed è proprio il passato che continua a tornare indietro per Viktor, le persone e le cose che gli sono successe. Mentre creavo Viktor, durante la stesura del mio primo romanzo, volevo che fosse unico, diverso da tutti. Il problema della gente che dall’ex Unione Sovietica emigrava in Finlandia in quegli anni era un argomento di discussione molto spinoso, quindi mi sembrava perfetto usare un personaggio come Victor, dandogli un background di quel genere, abilità speciali e così via. Perfettamente rappresentativo del nostro tempo.

Quanto è importante la presenza dell’ironia nelle tue storie?

Importantissima! Pensate a Viktor: lui ha uno splendido sense of humour che unito con il suo proverbiale cinismo, finisce sempre per trasformare il disincanto in ironia

Attingi mai al repertorio delle notizie di cui ti occupi come reporter per costruire le storie di Karpa?

Mentre scrivo non penso tutto il tempo: “Sto scrivendo un romanzo di questo di quel genere, etc”. Soprattutto con i gialli. Non sono un vero ortodosso del genere. In generale voglio raccontare storie che trovo interessanti o emozionanti, e ovviamente spesso traggo ispirazione dalle notizie di cui mi occupo con il mio lavoro. Casi di cronaca, piccoli misteri locali, storie di vita della mia terra di origine, la Carelia. Per questo motivo ammetto che resto veramente sorpreso quando le persone della Finlandia occidentale o di altre nazioni le capiscono. Mi sembra sempre un piccolo miracolo.

Quanto è stato efficace che il tuo eroe avesse una faccia da assassino?

Beh, sicuramente è stato efficace e utile per costruire la sua identità di un personaggio ambiguo che opera ai confini della legalità ma che è disposto all’occorrenza a collaborare con trafficanti e mafiosi

di a.fognini | 21 Marzo, 2013

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Percival Everett e i sospetti del noir

di Luca Crovi

Destrutturare i generi letterari, farli deflagrare in modo che escano dai loro consueti schemi è la passione fondamentale che ha sempre guidato in letteratura uno scrittore bizzarro e imbizzarrito come Percival Everett. Ci è voluto poco per lui a ribaltare come un calzino gli stilemi del western, del noir, dell’horror, della fantascienza, dell’autobiografia letteraria, dei romanzi sulla diversità in una serie di storie che mostrano un’originalità narrativa di tutto rispetto. Tutte le volte che si è messo a scrivere Everett ha cercato di non sedersi ma di rimettere in discussione come autore creando personaggi e ambientazioni funzionali al suo progetto letterario.

E’ certo che Everett ha sempre mostrato una predisposizione speciale per gli elementi neri che ha letteralmente disseminato in tutta la sua narrativa: in “Glifo” (pubblicato da Nutrimenti come tutte le altre opere del narratore afroamericano) è un bimbo prodigio con un quoziente d’intelligenza altissimo a subire la violenza del rapimento; in “Ferito” un cowboy di mezza età a scoperchiare i segreti di una comunità capace di nascondere le motivazioni dell’assassinio di un giovane omosessuale; in “La cura dell’acqua” lo sconvolto Ishmael Kidder tortura in maniera sistematica per giorni e giorni l’uomo che sospetta avere violentato e ucciso la propria figlia undicenne; in “Deserto americano” un professore universitario decapitato a causa di un incidente stradale riprende vita; in “Non sono Sidney Poitier” un uomo ossessionato dalla somiglianza con il celebre attore americano viene accusato di avere ucciso un suo sosia.

Visti i precedenti era naturale che Percival Everett dovesse prima o poi misurarsi faccia a faccia in maniera strutturale con il giallo e il noir e lo fa da par suo con un romanzo caleidoscopico come “Sospetto” (Nutrimenti) costruito attraverso l’incontro-scontro in tre atti di tre racconti incrociati fra di loro che narrano le peripezie del vicesceriffo Ogden Walker. Nel dietro le quinte del suo romanzo lo scrittore spiega che ‘Sospetto’ è scaturito dal desiderio di esplorare le aspettative associate al giallo. Ero interessato ai pregiudizi che ha un lettore nel momento in cui pesca un giallo dallo scaffale, ai pregiudizi dovuti ai panni che il protagonista indossa, ai pregiudizi dovuti ai panni che indossa l’autore e ai pregiudizi dovuti al fatto che l’autore sono io. Volevo fare in modo che la struttura del romanzo fosse fondata sul racconto, più che sulla trama. Spero che il romanzo sia più “realistico” grazie a questo esperimento sulla natura seduttiva della narrazione e sull’esile affidabilità del punto di vista”. E l’esperimento letterario possiamo dirvi che è pienamente riuscito grazie alla scelta di un protagonista che si trova ad essere letteralmente sradicato nel territorio in cui vive.

Ogden Walker infatti non solo è un vicesceriffo di colore e per questo guardato male dalla comunità in cui opera, ma è anche un uomo che non è stato compreso in famiglia. Suo padre gli ha sempre rinfacciato la sua scelta di avere indossato prima una divisa dell’esercito e poi una della polizia americana, il suo tradimento di certi ideali. Ogden dal canto suo, pur non condividendo la posizione del padre sa che lui non sarà mai in grado di essere libero come lo era il suo genitore, sa che non potrà mai pescare trote spensieratamente come faceva lui. E mentre osserva il deserto del New Mexico dove è costretto a muoversi come vice-sceriffo si sente “un idiota, un idiota che ama il deserto, un idiota che ha lasciato la scuola, un idiota che si è arruolato nell’esercito, un idiota che non ha risposte, un idiota che pretende risposte a domande che è un’idiozia farsi. E suo padre l’avrebbe chiamato idiota a lavorare come vicesceriffo in quella terra di bifolchi e cafoni”.

Nonostante tutto è proprio quel deserto pericoloso, assolato e pieno di carcasse di morti in decomposizione (dove solo gli insetti hanno libero accesso) a costituire il personale Eden di Ogden, perché solo li sa che potrà non morire affogato, potrà non essere soffocato dalle paludi dell’inciviltà che lo circonda. E così spostandosi fra i confini di una terra apparentemente senza legge come un moderno cowboy Ogden Warren si trova ad indagare su casi di vecchiette strangolate, di donne accoltellate ma anche su racket di droga e prostituzione. L’occhio del protagonista di “Sospetto” cerca di sfuggire al male che lo circonda pagina dopo pagina ma sa che una condanna implacabile lo sta seguendo. Ogden sa anche che quella giustizia che lui vorrebbe portare nella realtà lo sta divorando dall’interno, conducendolo sull’orlo della pazzia. E Percival Everett propone un finale tutt’altro che consolatorio ai lettori dove con il panciuto e affaticato sceriffo Warren è costretto a una vera e propria resa dei conti con il suo collega Ogden ormai impazzito e delirante.

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Quando il western si trasforma in noir

di Luca Crovi

Il western e il noir sono due generi fra loro intimamente legati. Come spiega Victor Gishler “quando la Frontiera è stata cancellata, noi americani siamo stati costretti a guardare verso l’interno, dentro di noi e nelle nostre anime, ma anche nel ventre molle del nostro paese, affidando al noir le nostre storie”. Non è quindi casuale che la rinascita del western sia passata per le storie di scrittori proprio come lo stesso Gishler (“Notte di sangue a Coyote Crossing”) ma anche come Jim Thompson (“L’assassino che è in me”), Elmore Leonard, Cormack McCarthy (“Cavalli selvaggi”, “Oltre il confine”, “Meridiano di sangue”), Joe R. Lansdale che hanno saputo reinterpretarne lo spirito narrativo raccontando la contemporaneità. Basta leggere i racconti di Hap e Leonard che Lansdale ha raccolto nel recente “Una copia perfetta” (Einaudi) per credergli quando afferma che “il Texas è connesso al West e ai miti del genere western in maniera indissolubile, più di ogni altro stato dell’Unione”. Così come bastano poche pagine di “Hot Kid” (Einaudi) di Elmore Leonard per comprendere come un piccolo rapinatore americano che opera durante la Grande Depressione non sia molto dissimile nei suoi stati d’animo da un cowboy del Mucchio Selvaggio che svaligiava banche nel Far West.

di a.fognini | 21 Marzo, 2013

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